Off the rails
Scritto da verdeanita il novembre 20th, 2012 | 2 comments


“Quando studiavo a Bologna avevo un problema con le chiavi. C’è stato un periodo in cui tenevo le chiavi di Casa a Verona e di Casa a Bologna nello stesso mazzo, che quindi pesava moltissimo, e un periodo in cui tenni invece due mazzi separati, con la conseguenza che a volte tentavo di infilare la chiave di Bologna a Verona e viceversa. Adesso il problema delle chiavi è parzialmente risolto, nel senso che non devo più cambiare il mazzo ogni fine settimana.
Ma ci sono altre cose… la mia stanza a casa dei miei è rimasta molto simile a come l’ho lasciata alla fine del liceo. E così i vestiti nell’armadio. L’ultima volta che sono tornata a Verona ho ripescato le mie vecchie all star dallo sgabuzzino. A Berlino nessuno mi ha mai vista con un paio di All Star addosso, mentre a Verona ne avevo tre paia. Tutto questo ha un senso particolare, che non saprei spiegare. Sì, qui sto mettendo delle radici, anche se sono delle “altre radici” e ci sono alcune cose che i miei amici di qui non potranno mai capire (citazioni di libri e film, parole intraducibili) e così anche a casa.
A volte penso che sia stato un grave errore spezzettarmi così tanto e che ormai non ci sia più casa in nessun luogo.”

Oggi mi autocito. Questo è un commento che ho scritto tanto tempo fa a questo post. E visto che spesso viene citato e che non vorrei mai si perdesse da qualche parte nell’internet, me lo copio qui.

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Veleke zgrade
Scritto da verdeanita il novembre 13th, 2012 | 2 comments

Dissero di me, a Belgrado, che quando non ero in ufficio andavo in giro a fotografare edifici enormi (e che ero diventata amica di un sacco di musicisti, ma questa è un’altra storia).

Mesi fa, durante un pomeriggio freddo e piovoso di quella pioggia fine e leggera che sembra come nebbia grassa, ero uscita da sola per una delle mie passeggiate ed ero andata a Prenzlauer Berg a vedere una mostra di un fotografo chiamato Boris Kralj. L’idea di andare a Belgrado stava prendendo forma nella mia testa. Senza motivo, oppure dall’intreccio di piccoli motivi sottili. La mostra parlava di questa città ed era molto piccola. Le foto avevano colori freddi e puliti e cercavano di essere più simmetriche possibili. Raffiguravano persone ed edifici. Gli edifici sembravano enormi e spaventosi. Ma mi piacevano. Pensavo che sarebbe stato facile ritrovarli, ma una volta arrivata a Belgrado, a parte l’imponente Genex Tower che si vede anche dal Kalamegdan, non avevo visto nulla di simile.

Un giorno parlavo con Bojan di non ricordo che cosa e lui mi raccontò un po’ della città e mi disse che la Genex Tower era anche chiamato Western Gate e che c’era anche un Eastern Gate, molto lontano, e che era fatto così – disse facendomi uno schizzo su un foglio. Mentre disegnava capì che era uno degli edifici che avevo visto a quella mostra.
Un sabato mi svegliai stanca, perché avevo dormito pochissimo, feci colazione con un muffin ai lamponi e un doppio espresso al parco dietro casa, il Tašmajdan, e poi cominciai a camminare su Bouleverd Kralja Aleksandra*, avanti, avanti e più avanti. Alla fine capì che quell’edificio enorme era da quelle parti.
L’Eastern Gate non è particolarmente alto. Non più alto di altri grattacieli. Il fatto è che si trova in mezzo a tanti altri edifici bassi e il contrasto è notevole. Ma lo vidi solo da lontano, la prima volta.Una settimana prima della mia partenza decisi di andare a fotografarlo per bene.
Poi, con la macchina fotografica ancora nello zaino, mi ritrovai poi dall’altra parte della città, dall’altra parte del Danubio. Mi ritrovai a pedalare in mezzo a prati sconfinati. Faceva caldissimo ma era uno dei primi giorni d’autunno e i colori si erano già spenti. Riuscì a percepire la distanza da Belgrado guardandomi intorno e trovando i tre grattacieli dell’Eastern Gate all’orizzonte.


Qualche giorno dopo, di notte, mentre andavo nella stessa direzione, mi ritrovai ad aspettare l’autobus in un punto che ancora non sapevo identificare bene, ma che era vicino ad un altro edificio, grande e strano. Era talmente figo che due giorni dopo tornai a fotografarlo con la luce.

Quel giorno non avevo nulla da fare, avevo ancora un paio di centinaia di dinari sulla carta degli autobus, tanti rullini, parti di città che non avevo ancora fotografato e, soprattutto, un’acquisita familiarità con la mappa dei trasporti in cirillico e specialmente con il Bus numero 95.
Su Bouleverd Despota Stefana** saltai sulla prima corsa in direzione Novi Beograd.
Quella parte di Novi Beograd l’avevo vista in alcune foto aeree e mi era parsa davvero impressionante. La cosa buffa, però, è che la prima volta che c’ero stata (un pomeriggio d’estate durante il quale avevo mangiato tantissimo e benissimo) non mi ero resa conto di essere proprio lì.
Su Google Images sembrava spaventosa, dal vivo era semplicemente fighissima, specialmente di notte, quando le finestre si illuminavano di tantissimi colori diversi.
Prima di partire per Belgrado ero andata a passeggiare a Marzahn, perché sentivo il bisogno di vedere distese enormi di plattenbau, forse per conoscere una parte di Berlino che non avevo mai visto, forse per prepararmi agli edifici enormi che mi aspettavano a Belgrado, forse per avere la possibilità di fare un confronto tra due architetture socialiste.
Marzahn l’avevo trovata veramente alienante. Era una domenica o un sabato pomeriggio d’estate e le strade, i giardini e i cortili erano completamente deserti. Non c’erano altri negozi oltre ai Lidl e ai DM. E tutto era pulitissimo, bianco, asettico.
La sensazione che ho avuto a Belgrado è stata totalmente opposta e sui motivi ci sto ancora ragionando.

Oggi, finalmente, ho riavuto indietro queste foto, che il negozio si teneva in ostaggio da esattamente due settimane. Il che vuol dire, oltre al fatto che sono lentissimi, che sono tornata a Berlino da un bel po’. I rullini in realtà erano due, ma quello con le foto dell’Eastern Gate è andato perduto. Il che è molto fastidioso, ma a conti fatti poco importante, perché tanto erano foto di un edificio che difficilmente si sposterà. E che comunque era fatto così:

La gita sul Danubio, invece, non avrei mai potuto rifarla (era stato l’ultimo giorno caldo, ero felice e triste allo stesso tempo, le giornate stavano diventando corte, avevo mangiato un sacco di biscotti plazma ed ero talmente stanca che alla fine non riuscivo a parlare).

Credo che uno dei modi per conoscere veramente le città sia andare anche nelle periferie, sia percorrerle da un estremo all’altro, cercando come di abbracciarle. Però è una cosa talmente stupida e che richiede talmente tanto tempo che ha senso farla solo nelle città dove si resta per un tempo considerevole.

All’aeroporto, mentre aspettavo l’imbarco, me ne stavo a guardare il paesaggio da una finestra enorme. Pensavo che era stato tutto bellissimo e che ero stata proprio brava a fare questa cosa apparentemente senza senso. Sapevo che, come avevo deciso di andarmene da Berlino per tre mesi, avrei anche potuto tornare a Belgrado quando volevo. Sapevo però che il tempo del vivere quella città nella sua quotidianità era finito per lungo tempo e forse per sempre, e a quel punto, io che non piango mai per queste cazzate stucchevoli, mi sono messa a piangere.

Le foto sono tutte mie a parte quella dell’Eastern Gate che è di Boris Kralj. Se guarderete le altre sue foto sembra quasi che l’abbia scopiazzato, se non fosse che nel momento in cui fotografavo questi edifici non ricordavo bene come fossero le sue fotografie, quindi quello che è successo veramente (credo) è che siamo rimasti colpiti dalle stesse cose.
* Questa strada si è chiamata per tanto tempo, almeno fino al ’95, “Bulevar Revolucije” e l’ho scoperto guardando questo film/documentario.
** Questa strada invece si chiamava (e alcuni la chiamano ancora) “Ulica 29. Novembar” che era l’anniversario dell’unificazione della Jugoslavia. Data che ha perso significato da un bel pezzo.

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Überblick
Scritto da verdeanita il novembre 3rd, 2012 | 1 comment

A volte vorrei essere una di quelle blogger che pubblicano un post ogni due giorni, pieni di foto e piccoli appunti di giornate che poi nessuno capisce ma che in qualche modo sono suggestivi. Tanto non è che scrivendo una volta al mese la gente riesca a tenere il filo della mia vita. Anche scrivendo post chilometrici e noiosi il succo delle mie parole rimane un incasinato e grazioso marasma di cose incomprensibili.

Non so mai da dove partire. Potrei anche partire da quella sera che ero al Laika a Belgrado e pensavo: “Una delle poche cose che mi salva dalla tristezza di dover lasciare questa città è sapere che tra poco sarò di nuovo allo Schokoladen!”

Ieri sera sono tornata nel mio posto preferito, e ci sono stata con Giulio, che rimarrà qui per un anno (yeah!). Sono entrata e ho abbracciato e salutato tutti quelli che incontravo. Ho cercato di pagare la mia Astra con la mia solita monetina da due euro ma ho scoperto che è aumentata di venti centesimi. Mi hanno chiesto se ero solamente in visita e ho rassicurato che sono tornata sul serio. Mi hanno domandato se ero contenta di essere tornata e ho risposto: “Allo Schokoladen? Sì. A Berlino? Ancora non so”.

Prima di andarmene da Berlino avevo conosciuto meglio molte delle persone che incontravo spesso ai concerti. Ogni città ha la sua “scena” musicale. Berlino è talmente grande che probabilmente di scene ne ha moltissime. Quella che ho conosciuto io la chiameremo “la scena anti-folk di Berlino”. Come in ogni scena, tutti si conoscono fra di loro e tutti vanno ai concerti dei loro amici e tutti conoscono un sacco di gente anche al di là dell’oceano, e quando questi amici sono in città i concerti diventano una piccola festa, e così è stato anche ieri sera, con Phoebe Kreutz che suonava la prima data del tour in Germania e io che ci andavo un po’ per tornare allo Schokoladen ma soprattutto perché di lei avevo sentito parlare per tutta l’estate.

Con il cantautorato o con gli artisti solisti ho sempre avuto dei problemi. Sarà perché trovo il cantato in italiano noiosissimo nella maggior parte dei casi e perché, non sapendo l’inglese, in passato avevo sempre prestato molta più attenzione alla musica che alle parole. E molto spesso, anche allo Schokoladen, ho sempre fatto lo stesso errore. Da questa estate ho cercato di stare attenta anche alle parole. Confesso che ancora mi aiutano moltissimo le frasi introduttive, quando qualcuno dice: “Ed è successo questo e questo e quindi io ho scritto questa canzone”. Mi piace pensare ad una situazione, ad un pensiero, ad un concetto, che poi qualcuno è talmente bravo da condensare in una canzone, in un paio di strofe in cui tutto assume un senso più chiaro, come se fosse uno schema, una cosa che ti dà un Überblick su una sensazione.

La canzone che mi è piaciuta di più è stata la seconda, che sicuramente non troverei da nessuna parte, perché l’ha scritta questa estate, quando ha perso un amico che era amico di molte delle persone che ho conosciuto questa estate e di cui ho sentito parlare moltissimo. E nonostante la difficoltà di parlare di una cosa così triste, la canzone non era triste affatto e diceva qualcosa sul fatto che era strano che se ne fosse andato così presto, perché questo ragazzo non era certo il tipo da lasciare una festa all’inizio, ma che a volte quando si annoiava spariva, e quindi magari se n’era solo andato un attimo e sarebbe probabilmente tornato più tardi. E poi ha cantato di altre cose, intrise di allegra nostalgia .

Ho pensato a tutte le storie noiose che racconto e che ripeto fino allo sfinimento, a cui la gente spesso risponde: “Sì, Anita, me l’hai già raccontato!”. E ho pensato che mi piacerebbe racchiuderle in qualcosa di circoscritto e orecchiabile o bello da vedere, come una canzone o un quadro o qualcosa del genere. Ma poiché non possiedo questo talento, credo che continuerò a tenermi il mio pezzo di internet per continuare ad annoiare.

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