Abriss vuol dire demolizione
Scritto da verdeanita il gennaio 30th, 2012 | Leave a comment


Ovvero il mio primo post su Sunday Boring Sunday. Grazie a Mr. Coletti.

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Mainzer Straße
Scritto da verdeanita il gennaio 28th, 2012 | 2 comments

Mainzer Strasse
Mainzer Straße
era un nome che fino ad una settimana fa non mi diceva assolutamente nulla. Poi, come per molte cose, io mi prendo male e cerco di saperne di più fino allo sfinimento.
Identificare l’inizio di questo interesse è molto complicato e praticamente impossibile.
L’altra sera c’erano come al solito parecchi ospiti a casa nostra. Io e Jan, ma anche Georg, Giulia, Miriam e Robert. Nell’altra stanza c’era Domas con la sua amica di cui, nonostante sia rimasta a casa nostra ben tre settimane, non riesco a ricordare il nome. Si beveva birra e si ascoltava musica. Ad un certo punto Giulia ha messo su youtube un pezzo del concerto di Woodstock e io ho ripensato alla prima volta che avevo visto quel video. Era giugno, era il 2004 e andavano di moda i pantaloni a zampa d’elefante. Io me ne stavo sul divano del salotto della mia amica Marta e pensavo “Che peccato che io sia nata nell’87 e che non abbia potuto vivere una cosa del genere”. Neanche mi preoccupavo di quello che mi stava accadendo intorno. A quel tempo Interzona aveva ancora la sede nella Cella Frigorifera e a Verona c’erano dei cinema dove potevi vedere qualche film decente.
Vivendo a Berlino si ha spesso la sensazione di essere arrivati troppo tardi, ma non è così. Però ci si sente così quando ti raccontano dei locali che stanno per chiudere o degli affitti che crescono.
Mi è capitato sì, di vedere qualche posto chiudere o cambiare. Ma finora erano tutte cose esterne, posti che non avevo frequentato fino alla scoperta della loro imminente chiusura e che allora erano diventati imperdibili. Dietro il rincorrere questi locali, questi posti, c’era (e c’è) la paura di perdersi qualcosa di importante, come mi è già successo con Woodstock nel ’69.
Poi ci sono posti che sento miei come sento mia la Casetta Lou Fai e Interzona. Posti che sono un porto sicuro, un posto dove succede sempre qualcosa di bello, come Zuni a Ferrara e come era il Sesto Senso a Bologna (chiuso anche lui e trasformato in un negozio bio dove un cespo d’insalata costa cinque ero e le albicocche tredici euro al chilo). Posti come lo Schokoladen a Berlino. Conoscevo il nome ancora prima di trasferirmi, lo trovai passeggiando a caso e mi sentii quasi a casa. Ci ho passato, e ci sto passando, tante di quelle belle serate che. E quando certi posti cercano di toglierteli non si prova la paura di perdere qualcosa che non si è vissuto. Si ha paura di perdere un posto caro. (Pensate se io e Paolo decidessimo di chiudere la Casetta. Paura, eh?)
Berlino è il posto dove vorrei vivere adesso, dove ho trovato esattamente quello che mi aspettavo di trovare, e probabilmente molto di più. Ero rimasta affascinata da questa scena di Goodbye Lenin! e mi chiedevo se davvero a Berlino esistessero edifici divelti dove potersi sedere a bere una birra. Dopo circa una settimana dal mio trasferimento mi ritrovai all’interno di questa scena, in modo totalmente inaspettato.

Ma se Berlino è così ora, è grazie a tutta una serie di cose che sono successe prima e tutti questi cambiamenti mi sembrano spesso irrispettosi del passato della città. Ovviamente ogni caso ha la sua storia particolare. Il Tacheles, ad esempio, aveva probabilmente smesso di essere un posto interessante ben prima che vi mettessi piede. Ma altri posti, come lo Schokoladen, meriterebbero qualche considerazione in più.
Ed è così che ho cominciato a consumarmi gli occhi su Wikipedia, su vari blog e articoli di giornale.
E così ho scoperto Mainzer Straße, una strada del quartiere di Friedrichshain che venne occupata dopo la caduta del muro. Sì, praticamente tutta la strada venne occupata. E ogni casa aveva una sua identità, un suo progetto, una sua organizzazione. Le poche foto che ho trovato mostrano una strada grigia e cadente decorate con colori, palloncini e striscioni. L’esperienza di Mainzer Straße durò appena sette mesi, dopodichè tutti gli edifici occupati vennero sgomberati in modo particolarmente violento.
Vi giuro, non ho voglia di discorsi politici, di ragionamenti su quando loro fossero rumorosi e di quanti problemi avessero con il vicinato. Mi piace immaginarmi una strada colorata e allegramente caotica in mezzo a quel quartiere grigio. Mi piace pensarla come un posto dove per sette mesi delle persone hanno vissuto proprio come volevano vivere, un po’ come quello che facevamo a scuola durante l’autogestione. Mi piace pensare che da cose come questa si sia scatenata la stessa energia che ancora muove Berlino.
È durata solo sette mesi. Un tempo brevissimo. Talmente breve che non vale neanche la pena di pensare “Oh, come avrei voluto vivere a Mainzer Straße”. È quasi più importante capire quello che è successo dopo. Senza dimenticarsi del passato, appunto.

Da quando ho scoperto questa storia sento di avere un rapporto diverso con la città.

Credits: La prima foto l’ho trovata qui, la seconda random su tumblr

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Farewell Prenzlauer Berg
Scritto da verdeanita il gennaio 10th, 2012 | Leave a comment


Sabato sera cercavo di recuperare le ore di sonno arretrate di venerdì e poi mi ha chiamata Claes e mi ha chiesto se allora ci andavo, a Prenzlauer Berg, che è un po’ strano perché a Prenzlauer Berg non c’è mai niente da fare. E infatti non ci ho mai fatto niente. Sabato avevo voglia di salutare due club dove avevo fatto in tempo ad andare una volta sola e di cui ho parlato nell’ultimo post.
Siamo andati a ballare al Klub der Republik e poi volevamo andare all’Icon dove c’era l’ultima serata Recycle ma era troppo pieno e quindi siamo tornati indietro e abbiamo ballato un altro po’.
E non ero neanche triste, era nostalgia pura. Di una cosa che praticamente non avevo mai vissuto.
Il foglietto dice più o meno “Solo quando l’ultimo condominio sarà costruito, l’ultimo Club demolito, l’ultimo spazio libero distrutto, allora vi accorgerete che Prenzlauerberg è diventata come il piccolo paesino dal quale vi siete trasferiti”.
Tornata a casa ho cominciato a depennare la Lonely Planet.

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