Re:publica


A volte penso che twitter sia la cosa migliore dell’intenet. E che gli hashtag siano la cosa migliore di twitter.
Qualche mese fa, seguendo l’hashtag della protesta a favore dello Schokolanden avevo cominciato a seguire un paio di profili tedeschi che mi sembravano interessanti. Grazie ad uno di questi avevo scoperto il festival re:publica. Alla prima occhiata al sito avevo avuto un sussulto di gioia perché sembrava la cosa più anitosa che avessi mai visto.
Il mio sussulto di gioia si era spento subito alla vista dei prezzi dei biglietti. Gli early bird, già esauriti, costavano 90 euro. Non vi dico quelli normali. Disperata smisi di pensarci e una settimana ancora esultai di nuovo vedendo che cercavano volontari. “Auf jeden Fall!” fu la prima cosa che pensai.
Che poi non è solo per il biglietto gratis che si fanno queste cose, ma anche perché, se ad una cosa del genere devi andarci da sola, fare la volontaria ti permette di avere una funzione in quel luogo e di non girare con lo sguardo preso per tutto il tempo. In dono ricevetti anche una maglietta con scritto “Actionist!”, visto che il motto di quest’anno era “Action!”
Ma che cos’era, sostanzialmente?
È un po’ difficile da dire… un festival? Un insieme di conferenze? Un meeting? Era un po’ tutto questo e anche i temi erano vari, anche se il filo conduttore era internet, i blog, i social network e la loro influenza sulla società. Le varie conferenze, o meglio Vortrag ovvero “discussioni”, riguardavano la politica, l’economia, l’ambiente delle startup, l’istruzione, la privacy. Erano cose assai diverse tra loro, multidisciplinari ed interessantissime. Quelle che ho seguito io riguardavano: i cambiamenti che le tecnologie possono produrre a livello urbano (tipo, già ascoltando la musica con l’iPod si crea un ambiente tutto diverso o il fatto che grazie ad un computer portatile smartphone un parco di può trasformare in un ufficio), i servizi si musica in streaming tipo Spotify, Soundcloud e altro e il loro essere in bilico tra legalità e illegalità e poi un altro sull’uso di internet da parte dei musicisti, una riflessione sul movimento Occupy e le sue differenze e analogie con altri tipi di protesta e infine un incontro sull’uso dei blog da parte delle insegnanti e come questo influisca sull’educazione (e questi sono solo quelli che ho seguito per intero, perché poi ho saltellato da un Vortrag all’altro).
Il cervello spento ed il cervello acceso
La cosa un po’ blöd* di tutto questo era che quella settimana lì avevo cominciato il mio nuovo lavoro, a cui voglio tanto bene ma che non richiede grandi capacità critiche. La mattina il mio cervello era qui sopito e abituato ad azioni meccaniche e ripetitive, al pomeriggio invece esso esplodeva in pensieri vorticosi e variopinti come stelle filanti.
Lo spazio e le persone
La sede di questa cosa bellissima era la vecchia stazione della posta di Kreuzberg e già solo per l’edificio avrei potuto dare di matto. Era tutto arredato in stile veramente grazioso e “analogico”, in contrasto ai temi super tecnologici. Pensate che i twit relativi al festival venivano stampati e incollati su una grande parete al centro della stanza centrale. I palchi erano ben otto e 3 di essi si trovavano al piano superiore, in mezzo ad un open space dove era possibile organizzare i propri workshop personali su qualunque tema (c’erano tavoli di cartone e post it coloratissimi a disposizione di tutti).

Le sedie

L’altra caratteristica fondamentale dell’arredamento erano delle sedie di plastica coloratissime e leggerissime che, secondo la loro idea, dovevano dare la possibilità ad ognuno di sentirsi comodo ovunque. Perciö si potevano portare di conferenza in conferenza, sulla piazza principale, sul cortile esterno eccetera. Era veramente bello vedere questa massa colorata spostarsi continuamente.
Usare il tedesco in modo formale e svelto
Non è stata solo la conferenza in sé ad essere bella e interessante, ma anche il contesto mi è stato molto utile. Per la prima volta ho dovuto usare il tedesco in modo svelto e con responsabilità, sia quando dovevo cercare una giacca al guardaroba sia quando dovevo spiegare agli Speaker come funzionava il loro accredito e cosa dovevano fare.
Conoscere un po’ di personaggi tedeschi
Potrei paragonare questa conferenza al festival di Internazionale a Ferrara, dove intervengono speaker che sono mediamente conosciuti, tipo Gad Lerner o Tito Boeri. Gente di cui si sente spesso il nome sui giornali o in televisione. Ecco, qui i vari speaker erano conosciuti più o meno allo stesso livello, solo che essendo loro tedeschi e non avendo io mai avuto questo tipo di rapporto con la cultura tedesca (non ho la televisione e non leggo molto i giornali) non conoscevo quasi tutti i loro nomi. Ciò ha causato episodi divertenti, tipo un tizio che mi si è presentato al banco accrediti e che ho trattato come un perfetto sconosciuto chiedendogli di ripetermi il cognome quindici volte per poi scoprire che era il capo dei Pirati al parlamento di Berlino.
I capelli colorati
Sascha LoboLa fauna che popola certi eventi ha spesso tratti in comune. Ai festival di musica ci vanno gli hipster, ai festival di cinema ci vanno giornalisti ed intellettuali, ecc. Che gente andava invece a questo tipo di evento? Potremmo dire che ci andavano i punk nerd, ovvero un nuovo tipo di individuo con idee politiche verso il piratesco e l’anarchico e con una passione per internet e tutto quello che ci gira intorno. Non ho mai visto tanta gente con i capelli colorati tutta assieme. E non sto parlando solo di capelli blu o verdi. C’erano bellissime creste rosse (come quella di Sascha Lobo, altro personaggio chiave dell’evento di cui prima ignoravo l’esistenza) ma anche lunghi capelli che sfumavano dal viola all’azzurro, tagli corti metà gialli e metà arancioni. Insomma, un tripudio di divertenti colorazioni a caso.
Sentirsi al proprio posto
Spesso, anche in un posto che mi piace abbastanza, mi trovo a disagio con la fauna circostante. Ad esempio, come vi dicevo l’altra volta, nonostante la bellezza del posto mi trovavo a disagio con la gente del Kater Holzig . Anche al Berlin Festival mi ero un po’ sentita a disagio. Qui invece non mi sono mai sentita a disagio. Mi sono sentita proprio in un posto a cui in qualche modo appartenevo, come mi succede allo Schokoladen o alla Route du Rock.
Il mondo che ci creiamo e il mondo che viviamo
Ad un certo punto, durante una conferenza, hanno citato Joe Strummer e l’hanno fatto senza spiegare chi fosse. E ho pensato che forse, in un contesto appena diverso, tipo una conferenza all’università, molte persone avrebbero potuto chiedersi “Ma chi è questo? Che ha fatto nella vita? Suonava in un gruppo, e allora?”. Era bello avere la certezza di essere in un posto dove le persone condividevano lo stesso background.
Poco dopo, però, ad un’altra conferenza hanno chiesto di alzare le mani a chi conoscesse Bandcamp e se ne sono alzate solo una piccola parte. Eppure eravamo ad un Vortrag sulla musica online, ed eravamo ad una conferenza nerd! Com’era possibile? Allora ho pensato a quanto in realtà sia enorme il mondo e a quante cose ci siano da scoprire, anche da persone che magari ci sembrano identiche a noi e che magari nascondono una conoscenza vastissima in un campo completamente diverso.
E ora?
E ora devo cercare di mettere in pratica non solo gli insegnamenti generali, ma anche i mille spunti particolari che mi sono stati dati. Tipo le mille idee che mi sono venute per Soft Revolution, sia a livello organizzativo che per temi riguardo agli articoli. Ma anche al fatto che questo evento mi ha un po’ ricordato l’autogestione del liceo, quando finalmente si diventava protagonisti per tre giorni e a come spesso queste occasioni mancano e che quindi sarebbe bello organizzare in Italia una cosa del genere, alla Casetta o forse anche ad Interzona.

Era una conferenza sul web 2.0 e non funzionava la w-lan. Ma è stato bellissimo lo stesso.

*traduciamo come “fastidiosa”

10. maggio 2012 by verdeanita
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La prima sera che si stava bene solo con il cardigan

The first evening you could wear just a cardigan

(Scritto qualche giorno fa) Questo pomeriggio ho indossato il vestito con il miglior rapporto stupidità / prezzo del mio guardaroba e sono andata ad Hermannplatz a prendere la Bongio, il che era un tragitto un po’ stupido, visto che poi siamo tornate nella mia direzione, dividendo una bottiglia di birra. La nostra destinazione era il Kater Holzig, per la festa dei cinque anni del Luzia, un bar su Oranienstraße teatro dei uno dei miei tanti fallimentari appuntamenti con uomini di nome Stephan. Una specie di serata super hype per la gente che ama ballare. L’ingresso costava la bellezza di 12 euro e c’era pure la selezione. Io sfruttai un momento di distrazione del pirla che stava all’ingresso ed entrai senza sganciare un centesimo.
Io amo ballare? Credevo di sì, ma in realtà riesco a ballare solo la musica che piace a me e che conosco, a meno che non si tratti di elettronica particolarmente bella.
A Berlino c’è tutta una serie di locali dove l’ingresso costa 10 euro o poco più (che credo sia comunque molto poco, rispetto a quello che si paga in altre capitali) e di solito pago il biglietto senza lamentarmi. Ma non per ballare: per guardare l’edificio.
Il Zur Wilde Renate, ad esempio, è praticamente dentro un condominio e ci sono un sacco di stanze. Il Sysiphos è un vecchio magazzino per mangimi. Il Berghain una vecchia centrale elettrica. Il Kater Holzig una vecchia fabbrica di sapone.
Tutti questi posti sono arredati con lo stesso stile, più o meno. Ho motivo di credere che una volta lo stile “berlinese” fosse: divani e sedie di tipi diversi, un po’ rotti e un po’ stilosi. E questo era cool.
Una vola che questo è diventato lo standard lo stile “berlinese” è diventato un’accozzaglia colorata di oggetti molto kitsch. Grandi cornici dorate, grandi specchi, grandi lampadari, manichini, addobbi, festoni, grappoli di lampadine colorate. I posti che vedo sono più o meno tutti così.
Il fatto è che a me piace andare in questi locali ma il più delle volte passo dieci minuti a ballare in ogni stanza, bevo due birre, vado in bagno ed già comincio ad annoiarmi.
Questa sera, ad esempio, l’arredamento era molto bello e  molto colorato ma l’atmosfera non mi piaceva per niente e la musica nemmeno.
Verso le dieci me ne sono andata.
Avevo fame e mi sono diretta al baracchino di currywurst all’angolo di Kopenicker Straße. L’uomo dietro al bancone aveva tutti i capelli bianchi ed era amabile. Un currywurst con il panino costava solo un euro e settanta e fu la mia cena. Lo amai per dei prezzi così socialisti, nonostante quello fosse l’unico baracchino nel giro di qualche centinaio di metri e di conseguenza l’unico posto dove la gente che ama ballare sia probabilmente solita cibarsi.
Mentre tornavo alla metro passai davanti al Tresor, che è un’altro di quei posti dove andrei solo per l’edificio. Questa sera c’era un’altra stanzona aperta, con un’installazione gratuita di Ryoji Ikeda, ad ingresso gratuito ed aperta fino alle dieci. Ho salito delle scale di metallo e sono entrata in questa stanza enorme e buia, con tante colonne bianche. Un edificio che probabilmente è molto simile ai magazzini di fianco ad Interzona che presto saranno demoliti.
Dopo una manciata di minuti il posto doveva chiudere, e mi sono quindi diretta alla fermata Heinrich-Heine-Straße, che è una fermata dove non si scende mai, perché sta in posto di confine tra Est ed Ovest dove ci sono solo uffici e Plattenbau e qualche Club. Tutti i miei amici con i quali andavo in cerca dei club, però, mi hanno sempre fatta scendere a Jannowitzbrucke, ovvero una fermata più in là. Il fatto è che quella nei paraggi di Heinrich-Heine-Straße è una zona dove non si va mai a passeggiare, dove le case sono grandi, dove non ci sono negozi. E la gente non la conosce bene e pensa quindi che la via più breve sia un’altra.
La stazione di Heinrich-Heine-Straße si è chiamata Neanderstraße fino al 1960. Quando la città era divisa si trovava nella parte est e divenne una delle tante “stazioni fantasma”: l’ultima fermata ad ovest era quella di Moritzplatz, dopodiché il treno proseguiva al buio e senza fermarsi, saltando sei stazioni, fino a Voltastraße.
L’atmosfera di stazione fantasma si sente un po’ ancora oggi: l’insegna fuori da due entrate è una vecchia U di plastica. Un’altra entrata ha delle vetrate ormai opacissime, che non vengono sistemate da anni.
Non è una fermata turistica, non è una zona di rappresentanza, non è una zona dall’alto valore estetico. E’ abbandonata a sè, e va bene così.

Si muove, si muove tutto e sono soprattutto le persone a farlo. Gli edifici, invece, rimangono fermi. E capita quindi che le strade e i palazzi si trovino nel posto sbagliato: una strada enorme e vuota, una vietta piccola sovraffollata, una stazione della metro enorme senza che ciò serva, due parti di città che a volte paiono ancora divise.

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07. maggio 2012 by verdeanita
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Di quella volta che mi trovai per caso da una mostra di Eggleston


Questo pomeriggio mi trovavo a Pankow, ad una delle tante manifestazioni gegen Gentrifizierung che fanno sempre a Berlino. Mi sentivo fuori posto, come se stessi dimostrando contro me stessa. Prima della partenza del corteo chiamai il mio amico Giacomo e andai nella sua direzione.
Oggi a Berlino c’era una specie di manifestazione per cui tutta la città era una specie di unico vernissage. Il mio amico Giacomo ne capisce moltissimo di queste cose e quindi si era preparato un certo numero di mostre da vedere. La mostra uno, la mostra due, sono interessanti e rubo dei bicchieri di prosecco, poi ci mettiamo seduti su un marciapiede e critichiamo l’abbigliamento di quasi tutti i presenti. Io ho una tenuta da punk con anfibi rovinati e vestiti solo neri. Ma ero ad una Demo e il dress code lì è più severo che in qualunque galleria d’arte.
Ci spostiamo per recuperare la mia bici e i vernissage non ci lasciano tregua. C’è un’ultima galleria che il mio amico Giacomo aveva addocchiato, quindi giriamo anche per quella piccola strada. Ci troviamo in un edificio molto brutto e di pessima fattura. Le solite pareti di cartapesta made in DDR che nessuno vuole affittare. Ci sono un sacco di gallerie d’arte e un LIDL. Una specie di Meatpacking District poco cool.
Entriamo in una di queste gallerie e la ragazza all’ingresso ci consegna delle cartoline con una foto sopra.
Guardo la foto e penso: “Toh, sembra fatta da Eggleston”. Giro la cartolina e leggo il suo nome per intero e mi scappa un urletto isterico. Mi porto la mano sul petto e alzo lo sguardo incredula.

Tutte le fotografie sulle cui riproduzioni avevo posato lo sguardo innumerevoli volte dai miei diciotto anni sono lì, proprio di fronte a me.

Quando ero alle superiori c’erano diverse attività pomeridiane a cui partecipavo con amore. Una di queste era un corso di fotografia. Un giorno il tipo che ci teneva il corso portò una serie di libri fotografici e quello di William Eggleston mi cambiò quasi la vita.
Forse ho visto di meglio, in seguito. Ma ero piccola ed in quell’età in cui le cose ti sconvolgono davvero. Un po’ come quando si ascoltano i Nirvana. Poi ci si rende conto che c’è di meglio, ma quegli ascolti restano impressi nella testa e tutto il resto viene costruito sopra.
Non so se posso parlare di una cosa simile relativa ad un fotografo. Di mostre ne ho viste tante e ci vado ancora con piacere, ma è un tipo d’arte diverso.
Ad ogni modo non pensavo che mi sarei trovata ad una mostra di Eggleston per caso. Credevo che ci sarei finita con Giulio. E, anzi, proprio qualche settimana fa avevo buttato un occhio su intenet per vedere se c’era qualcosa da qualche parte. Niente.
E allora è successo così, in modo totalmente inaspettato.
Le foto erano appena una manciata e le conoscevo già praticamente tutte. Ma continuavo a pensare “Porca vacca, porca vacca!”.

Le foto di Eggleston hanno dei colori bellissimi. Sono foto di cartelli stradali, di sacchi dell’immondizia, di auto parcheggiate e sono tutte splendide. Riescono a cattuare in modo perfetto gli oggetti che ci passano sotto gli occhi tutti i giorni. Pop.
Raramente Eggleston  fotografa persone ma esistono una manciata di foto di ragazze che a me hanno sempre tolto il fiato.

Dovevo assolutamente chiamare Giulio e così ho chiamato l’unico Giulio che avevo sulla rubrica, che però era un altro Giulio, che faceva il corso di tedesco con me un anno fa e che era comunque contento di sentirmi.

(tutte le foto qui sono ovviamente di William Eggleston)

28. aprile 2012 by verdeanita
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Piccoli momenti di prestigio

Forse a qualcuno di voi era sfuggito, quindi lo segnalo anche qui. Qualche giorno fa Violetta Bellocchio ha deciso di dedicarmi la sua rubrica su Grazia.it e ha scritto un articolo davvero adorabile su questo blog. Grazie!

Ma non è tutto! Sono anche finita su un settimanale ucraino come parte di un articolo sulla disoccupazione in Italia e la famosa “fuga di cervelli”. L’autrice si chiama Olga Tokariuk e mi ha trovata tramite una catena assurda di contatti, che forse un giorno vi racconterò. Ovviamente non riesco a capire una parola dell’articolo ma sarà sicuramente interessante e ben scritto.

24. aprile 2012 by verdeanita
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Bruxelles, marzo 2009

1.
Rue de Verbist, 15 è l’indirizzo di una casa di Bruxelles. Non ricordo bene a che fermata si dovesse scendere, ma sono quasi certa che se mi ritrovassi lì saprei di nuovo arrivarci.
Ero arrivata a Bruxelles con il più classico dei mezzi di trasporto degli anni zero: un volo Ryanair da dieci euro. Ovviamente avevo dovuto pagare un ben più caro pullman dall’aereoporto di Charleroi. Meni era venuta a prendermi alla fermata della metro. Con me avevo solo un trolley arancione che corrispondeva perfettamente alle dimensioni del bagaglio a mano e che avevo fatto pesare sulla bilancia del bagno della mia vicina di pianerottolo, perché in casa non avevo una bilancia.
Era sera ed ero molto stanca. Così passammo la serata a casa.
Rue de Verbist 15 era una casa molto strana. Era alta e strettissima, cinque piani e tre bagni, nove stanze per nove coinquilini e l’unico spazio in comune era la cucina nel seminterrato.
Raramente mi capiterà di trovare un posto così buio eppure così accogliente.
Rientrammo in casa e andammo a prenderci qualcosa da bere nella cucina e incontrammo la ragazza svedese del piano terra. Avrà avuto la mia età e come tutte le svedesi era bellissima, ma mora. Ci raccontò la storia assurda del suo amore per Gustav, un ragazzo del suo paese di qualche anno più grande di lei, di cui era innamorata fin da bambina. L’aveva perso di vista da un po’ e una sera in un club trovò un ragazzo assolutamente identico, anche se non era lui, visto che non l’aveva riconosciuta. Passò la notte con questo ragazzo in una casa che sembrava proprio quella in cui abitava Gustav, senza capire. Fino a qualche anno dopo quando fu lo stesso Gustav a incontrarla ad una festa e a dirle che quello era il suo fratellino, minorenne, che quella sera gli aveva rubato il documento per poter entrare nel club.
2.
Il secondo giorno, dopo una mattinata passata a gironzolare per la città, passai un’ora di angoscia alla stazione centrale, aspettando un amico di mio fratello, minorenne anche lui, a cui avevo firmato un documento con il quale lo prendevo sotto la mia responsabilità. Doveva arrivare da Liegi ma non riuscivo a capire gli avvisi dei treni. “Ormai sarà ad Amsterdam” diceva Meni mentre sorseggiavo una bottiglia di Apfelsaft nel bar della stazione. Alla fine arrivò e andammo a vedere il concerto dei The Dø da una posizione troppo lontana per poter ballare.
Dopo il concerto andammo a bere una birra in un locale dove era in corso una specie di electro party. Era in una cantina con mezza mirrorball attaccata al soffitto. Prendemmo in giro la gente che ballava e inventammo movenze strane, rivolti contro il muro.
3.
La terza sera Meni organizzò una cena con i suoi coinquilini e colleghi di lavoro. La svedese non era potuta venire: usciva per andare da qualche parte (si era comprata due vestiti quel pomeriggio, e l’avevamo aiutata a scegliere quale indossare).
In compenso c’era l’altra ragazza del piano terra (finlandese), la vicina di stanza di Meni (ungherese), e i suoi colleghi, una ragazza portoghese, uno spagnolo e due ragazzi italiani di cui uno, scoprii, abitava a Verona proprio nel mio quartiere.
Ognuno doveva cucinare qualcosa di tipico del proprio paese. Meni aveva preparato uno strudel, io una pasta di cui avevo cotto il condimento in un vok.
Bevemmo moltissimo. La ragazza finlandese beveva decisamente di più di tutti noi messi insieme eppure continuava a rimanere in silenzio. Alla fine della cena, quando ormai ridevamo per ogni cazzata e lei beveva il suo ultimo bicchiere di grappa, cominciò finalmente a parlare. Accidenti se lo reggeva, l’alcol.
4.
La mattina del quarto giorno, mentre scendevo dalla stanza di Meni per andare in cucina, incontrai un ragazzo terrorizzato sulle scale. “Come si fa ad uscire?” mi chiese. Provai ad aprire la porta senza successo. Fortunatamente in quel momento arrivò Meni a risolvere la situazione e il ragazzzo potè fuggire.
“Ma è un tuo coinquilino?” chiesi. “No, non l’ho mai visto” rispose lei, e conservando il dubbio andammo a fare colazione.
In cucina c’era la vicina di stanza di Meni e anche quella che aveva la stanza sopra di lei, una specie di sottotetto. Era danese e aveva l’aspetto un po’ rude e per nulla femminile, ma era stata gentile con me e mi aveva prestato il caricabatterie che avevo dimenticato a Bologna.
Credendo di lamentarsi dei vicini turchi con cui condivideva la parete, Meni cominciò a lamentarsi “C’era qualcuno che faceva sesso stanotte, ma tu Anita non hai sentito niente?” “Proprio niente”, dissi io. “Anche io ho sentito qualcosa… era davvero rumorosi!” disse la vicina di stanza di Meni.
La ragazza danese si alzò dal tavolo e portò il piatto sul lavandino.
Qualcuno, stanco dell’accumulo dei piatti in cucina, aveva appeso un cartello “WASH THE DISHES IMMEDIATELY (or buy your own dishes and you can leave them dirty as long as you want)”.
Adorai l’immediatezza dell’inglese. A Bologna avrei potuto rendere lo stesso concetto in mille modi diversi, accentuando la parte severa, dura o ironica a seconda del linguaggio. Ma credo che mai avrei potuto rendere il tutto in una sola frase semplice ed efficace come quella che stava appesa sopra il lavandino.
Mentre lei lavava il suo piatto io, Meni e la sua compagna di stanza continuavamo a lamentarci dei rumori. Uscendo dalla stanza la ragazza danese disse semplicemente: “Comunque se era verso le tre allora probabilmente ero io”. Uscì e noi tre ci guardammo negli occhi sentendoci immensamente cretine. Ecco che ci faceva quel ragazzo misterioso che cercava di uscire.
Nella cucina di Rue de Verbist 15 c’era anche un quadernino per i messaggi. Cose tipo “Che fine hanno fatto i canovacci della cucina?”, “Stasera invito a cena degli amici, chi vuole aggiungersi è pregato di aggiungere il suo nome alla lista sotto.”, “Qualcuno vuole accompagnarmi al concerto degli A Silver Mt. Zion sabato?”. Era vecchio e ingiallito. Ma divertente da leggere.
Quel giorno io e Meni ce ne andammo a Lille, a trovare un amico comune. Ricordo che dopo aver vagato un po’ per la graziosa cittadina ci ritrovammo in un locale intorno ad un tavolo di legno, io, Meni, Guillaume e un suo amico giapponese. Bevevamo un calice di vino bianco dopo l’altro e parlavamo di Amsterdam e commentavamo il depliant del Tgv. Bruxelles sembrava vicina a tutto. A Londra, a Parigi, ad Amsterdam, a Berlino. Guillaume disse che era bello, che anche se abitavamo tutti così distanti potevamo vederci così spesso.
Mentre tornavamo a casa su una qualche linea della metropolitana incontrai Elisa e i suoi amici spagnoli che avevo conosciuto a Berlino. Sapevo che anche loro erano a Bruxelles, ma non mi aspettavo proprio di incontrarli così, per caso, sulla metropolitana.
5.
Il quinto giorno, quando ancora di Bruxelles non avevo visto praticamente nulla, andai a Brugge con Elisa e i suoi amici spagnoli. Era una città molto piccola, carina, pulita e tutto. Ci limitammo ad una lunga, lunghissima passeggiata per viuzze pittoresche. Parlavo inglese, spagnolo e tedesco.
Tornai a Bruxelles e la mia ultima sera in quella città era già arrivata. Non avevo ancora visto nulla e avevo un grosso mal di testa. Andai a prendere Meni al lavoro e ci sedemmo nel primo bar che trovammo. Ordinammo un bicchiere di prosecco e, grazie all’happy-hour, ce ne arrivarono due a testa. Dopo un po’ ci raggiunse anche David, il bellissimo collega di lavoro spagnolo di Meni. Con lui e quattro bicchieri di prosecco riuscii a sostenere la mia prima vera conversazione in inglese, passando da Hannah Arendt alle storie di una notte.

“Tu sei una delle poche persone che conosco che riesce a perdere gli aerei”
“Sì, ma perdo solo i viaggi di ritorno”


Questo post è stato scritto in diverse fasi, dal marzo 2009 fino ad oggi. Quella a Bruxelles, dopo quella a Berlino e prima di quella a Parigi e a Berlino Parte II fu una delle mie fughe in giro per l’Europa nel corso del 2009. Ero tremendamente inquieta e non riuscivo a stare ferma. Parlavo un inglese molto più imbarazzante di quello che parlo adesso e stavo scoppiando di sensazioni. Ho deciso di pubblicarlo adesso perché boh, forse perché mercoledì torno a vedere i The Dø che non vedo proprio da quel concerto.
La canzone è in realtà una cover dei Luna e me l’aveva spedita via mail la persona che a quel tempo mi sopportava amorevolmente.

16. aprile 2012 by verdeanita
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Muoversi tantissimo stando nello stesso posto.

Mi manca The Field. Me ne sono resa conto oggi quando sono incappata in un breve video del suo concerto ad Interzona.
Il suo concerto l’avevo voluto tanto e c’erano stati un po’ di storie legate a date che si sovrapponevano e al fatto che fosse una cosa un po’ rischiosa. Lo stesso fine settimana c’erano in tour anche gli Akron/Family e pareva difficile farli suonare lo stesso fine settimana, incastrare le date, fare due date così grosse proprio una dopo l’altra. Alla fine invece ci riuscimmo. The Field il venerdì e Akron/Family il sabato. Ero così contenta che prenotai un biglietto d’aereo appositamente.
Con gli Akron/Family fu amore immediato, prima e dopo il loro concerto. Ero arrivata ad Interzona stanchissima perché il pomeriggio, non soddisfatti dai due concerti esplosivi, noi Richelli Bros insieme al Campa e ai ragazzi dell’Atelier Discreto e di Vaggimal Records, avevamo organizzato Maledetta Primavera alla Casetta Lou Fai. Avevano suonato tanti gruppi veronesi e anche Maolo, con il suo progetto Quakers and Mormons con un set speciale con il violino. C’era tanta, tantissima gente e come al solito non avevo il tempo di parlare degnamente con nessuno. Con Maolo ci parlai un po’ seduta sul prato e non so se lui abbia capito quanto mi abbia fatto piacere che lui fosse lì. Quanto mi abbia fatto piacere che abbia aperto anche ai Saroos a novembre a Interzona. Parliamo dei suoi vecchi progetti, dello Schokoladen, dell’Immergut Festival dove l’ho visto suonare l’ultima volta con i My Awesome Mixtape e del fatto che, urca, è dal 2007 che ci conosciamo.


(Quaccheri e Mormoni con set speciale con violini live at Casetta Lou Fai)

Ero arrivata a Interzona stanchissima e mi ero seduta a fianco di Seth. Avevamo cominciato a parlare del loro tour e io ero un po’ delusa perché era una cosa tutta nuova e non avrebbero suonato i pezzi dell’ultimo album, che a me piace tanto, e lui mi aveva raccontato di questo nuovo progetto che hanno, pieno di collaborazioni con altri musicisti. E poi, gentilissimo, mi aveva detto “Bè, dimmi se hai qualche suggerimento!” e io subito a raccontargli tutto degli Ancher, che quella sera aprivano per loro, e di quanto mi piacciano e di come mi piacciono i testi delle loro canzoni e di come odi l’italiano sulla musica cantata me nei loro testi invece no, lo adoro. E lui ascoltava tutto attento e alla fine mi ringrazia della chiacchierata e mi dice “Comunque io sono Seth”. E io ringrazio lui e gli racconto anche dell’estate scorsa, di quando dovevo andare a vederli in spiaggia e invece poi dovevo recuperare un documento importante e avevo perso il treno e Michele si era arrabbiato tantissimo con me. “Peccato”, fa lui.
Il concerto fu proprio uno di quei concerti in cui mi innamoro. Giulio Brusati ne ha fatto una recensione che ne parlava malissimo e benissimo e che io condivido, davvero. Eppure, anche condividendo le critiche negative, il concerto lo adorai con tutta me stessa (che è anche quello che capita quando ti innamori, no? Di amare anche i difetti…). Alla fine ci eravamo messi tutti a fare il coro di “Another Sky”e l’avevamo ripetuto una, tre, cinque volte e Seth era sceso dal palco e si era messo a girare per la stanza completamente (che soddisfazione) piena. E alla fine non era quella la fine, perché suonarono per tanto, tanto, tanto ancora.
Dei fricchettoni in piena regola, come ci aveva detto anche Alessio, raccontandoci del sound check. Un sound check eterno, perché l’avevano fatto con calma, provando tutti gli strumenti e poi trovando nuove idee anche in quei momenti che di solito uccidono l’ispirazione. E loro non se ne erano neanche resi conto, di averci messo così tanto. Adorabili.
Con loro, quindi, era stato amore subito e ho passato le settimane seguenti a consumare tutti i loro dischi.

(qui live da un’altra parte ma sono belli lo stesso)

Sabato alla Casetta avevo anche rapito Mattia aka unavoceacaso. Lui, in realtà, doveva venire venerdì, perché era stato lui a farmi conoscere The Field. The Field mi è mancato oggi. Proprio oggi mi è tornata la voglia di un suo concerto.
Prima pensavo solo ai contorni divertenti della serata, al suo volto un po’ piratesco e alla strana espressione rilassata, menefreghista e simpatica che aveva mentre si rigirava il calice di Valpolicella tra le mani e ci raccontava dei suoi primi ascolti di musica punk, dei locali che frequentava quando viveva in Svezia, dell’atmosfera che si respira a Berlino dove vive adesso e altre cose sul tour e i dischi. Alla discussione che intrapresi con il suo batterista, un tedesco biondo, abbronzato e sorridente che vive a Colonia, con cui parlavo di estremismi politici. Lui si era inserito nella discussione e aveva deciso di chiuderla brindando con un altro bicchiere di Valpolicella e dicendo ““Bè, ma siamo tutti d’accordo che i nazisti non ci piacciono, no?”. E anche alla fine della serata, quando erano tutti presi benissimo e volevano andare a cercare un altro bar, ma bar a Verona non ce ne sono e quindi avevano preso un paio di bottiglie di altro Valpolicella e mi avevano invitata in albergo. Ero tornata a casa qualche ora più tardi dividendo il taxi con Ambro, che quella sera faceva il fonico.

Prima invece, mi è tornata in mente proprio il suo concerto, con quei loop penetranti e ipnotizzanti.
La domenica sera seguente avevo rivisto Ambro e ci eravamo messi a commentare il concerto. “Ma non ti stufi a sentire le stesse cose per tutte quelle sere di fila?” E poi ci eravamo messi a canticchiare tutti i pezzi che aveva suonato. Di pezzi ne avrà suonati cinque e il concerto era durato un’ora e mezza. Un’ora e mezza che era passata via velocemente, come quando ti addormenti e sogni profondamente e al risveglio non sai dire quanto tempo è trascorso. Un’ora e mezza in cui quell’elettronica scarna e ripetitiva non mi era sembrata né scarna né ripetitiva e si era infilata nel mio cervello tanto, tanto in profondo. Mi è bastato rivedere quel video di appena un minuto per voler tornare a Interzona dentro il concerto di The Field.


(The Field live at Interzona)
Quel venerdì era stato l’inizio di uno di quei fine settimana in cui mi muovo tantissimo anche se sto ferma nello stesso posto. E quel concerto, con quel mondo racchiuso in così pochi suoni, ne è la metafora perfetta.

12. aprile 2012 by verdeanita
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Il cellone

foto di Giulio Callegaro

Come posso cominciare? Sono tornata a casa a Verona da una settimana e ancora non ho trovato il tempo di raccontare lo scorso fine settimana.
Comincerò con un posto, un posto che non esiste più. Un posto che, nonostante tutti i posti abbandonati che abbia visto finora, restava il più incredibile di tutti. La stanza più incredibile dentro l’edificio più incredibile.
Ci entrai una volta sola, l’estate scorsa. A causa della scarsa luce non riuscii a scattare nessuna foto, ma non era importante, perché nessuna foto sarebbe riuscita a trasmettere l’emozione e lo stupore che provai entrando dentro quello che era chiamato “il cellone”.
Nella Stazione Frigorifera Specializzata sono da poco ripresi i lavori dopo anni di inutilizzo. Quando vi entrai, l’estate scorsa, la Stazione Frigorifera Specializzata era quindi rovinata. Le pareti erano grigie e scrostate, le porte arrugginite, i pavimenti pieni di buchi e il tetto in alcuni punti era crollato. Quando entrai nel cellone mi sembrò di entrare in un altro universo. Mi pareva di essere su un altro pianeta. La stanza era enorme e dalla forma irregolare. Le pareti si curvavano per adattarsi alla forma dell’edificio. Un paio di colonne si ergevano in mezzo alla stanza. Per entrare eravamo scesi per una rampa. Non entrava luce dall’esterno e tutto, dalle pareti alle colonne, passando per il soffitto, tutto era coperto di alluminio. E tutto era perfettamente conservato e contrastava in modo quasi surreale con le altre stanze che cadevano a pezzi. Il suono era diverso, la luce era diversa. Avevo visto le foto di quel posto, ma entrarci e camminarci attraverso con i miei piedi e i miei occhi mi parve una cosa tutta nuova e impossibile da descrivere. Pareva che il tempo in quella stanza si fosse fermato. Era tutto luccicante, freddo e perfetto. Pareva intoccabile, pareva immortale.
Ma la settimana scorsa i lavori sono ripresi e quella stanza, che pareva destinata a restare immobile e a non invecchiare mai, è stata distrutta.
Quando mi è arrivata la notizia ho ripensato a quanto fosse bella, a quanto fosse indescrivibile e a quante volte, nonostante questo, ne avessi parlato a tutti i miei amici e a quando avrei desiderato portarceli ad uno a uno, per farli scendere lungo quella rampa e per poi sentire i loro versi di stupore, come era successo a me. E ho sentito del vuoto in fondo allo stomaco.
E ancora ho pensato a come quella stanza, che pure era vuota e immobile, mi aveva emozionato. E ho pensato poi a tutte le persone che quella stanza l’avevano riempita e vissuta e mi sono sentita ancora peggio.
Così, senza dire niente, senza un progetto approvato, senza un annuncio sui giornali, in silenzio, senza un ricordo, quella stanza è stata cancellata.
Mi dispiace, ma mi ripeto che non importa. Che l’importante non è il vuoto, ma quello che il vuoto lo riempie.

Sul sito di Interzona abbiamo creato (o meglio: Davide ha creato) una pagina dove chiunque può lasciare un messaggio e un ricordo che riguarda il cellone. Io ho guardato le foto e mi sono ricordata che, e questo è buffo, la prima volta in assoluto che vidi il cellone era nel video di “Acidoacida” dei Prozac+ e avevo 11 anni.

Oltre alle foto Giorgio ha caricato un video della serata “Cento Bombe”. E’ stata l’ultima serata dentro la Stazione Frigorifera Specializzata e aveva suonato un sacco di bella gente, dagli Uzeda ai Giardini di Mirò.

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27. marzo 2012 by verdeanita
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La mia vita violenta “Wien and posti abbandonati” edition

Detta anche Bewegung, detta anche “Äpflel gibt es auch in Wien“. Più semplicemente gli eventi salienti degli ultimi giorni.

Foto di Daniele

I treni
I treni battono gli aerei, mi dispiace. Anche se sono lenti e ci mettono ore interminabili ad arrivare dall’altra parte. All’andata mi sono gustata tutti gli edifici abbandonati che si vedono lungo i binari vicino a Dresda. Mi sono persa nei miei pensieri guardando lo scorrere di un fiume enorme. Ho parlato con un padre dolcissimo tra Praga e Brno. E poi al ritorno ho scritto tanto, parlato, guardato il fiume di nuovo.

Il Danubio
Il Danubio non è come l’Arno, che spacca Firenze a metà, non è come l’Adige, che abbraccia Verona dolcemente, non è come i fiumiciattoli di Bologna che sono un po’ ridicoli, diciamocelo, non è come la Sprea e i suoi canali che spuntano dappertutto in mezzo alla città. Il Danubio è grande ma per vederlo devi andare fuori dal centro e io l’altra volta non l’avevo visto. Così un pomeriggio ho preso la metro e ci sono andata e per un’ora ho passeggiato lì intorno e non c’era freddo ma non c’erano i colori vivaci della primavera. C’erano locali ancora vuoti e palazzi di vetro. Era esattamente quello che volevo vedere.

Il revival liceale
Io e Lamberto non ci vedevamo da circa due anni e ci siamo incontrati sui binari della stazione di Thaliastraße e siamo andati a mangiare in un locale turco di Brunnengasse. Abbiamo parlato di un sacco di cose, forse anche troppe, perché ogni discorso si diramava in diecimila direzioni e io e lui abbiamo due opinioni completamente diverse, quindi ogni parola andava discussa. Abbiamo anche parlato del Maffei e di quel tempo strano che era il liceo.
Il giorno dopo al Leopold Museum ho trovato il manifesto di Fillmore che avevo usato per fare un manifesto di un concerto. L’avevo anche regalato ad Alex quando era partito e l’avevo ritrovato appeso nella sua casa di New York.

Il WUK di Vienna VS il Tacheles di Berlino
Cosa può diventare una vecchia fabbrica di locomotive? La risposta è „praticamente tutto“. Bettina, una ragazza che avevo conosciuto in Estonia l’anno scorso, ha mostrato a me e a Daniele tutte le stanze di questo centro culturale di Vienna. Atelier, sale per esposizioni, una sala per teatri e concerti, laboratori per il legno, il ferro, le biciclette. E anche una scuola per bambini. Tutto felicemente occupato dalla metà degli anni ottanta.
Le dimensioni e la presenza di tutti quegli atelier e laboratori mi hanno fatto venire in mente il Tacheles di Berlino, di cui proprio mercoledì notte si paventava la chiusura. E mi ha dato un po’ fastidio, questa somiglianza. Perché il WUK, pur senza contratto, è riuscito a costruire uno spazio bellissimo, pulito e funzionale. Il Tacheles, che ha avuto un contratto per anni, ha ancora le pareti sporche che puzzano di piscio. Comunque una delle prime cose che ho fatto al mio ritorno a Berlino è stata andare a controllare che tutto fosse a posto e sì, lo era. Compresi tutti i banchetti che vengono i souvenir hippy peace and love volemmosebenne. Sono anche entrata in una stanza che non avevo mai visto, dove stavano facendo una performance musicale. Una stanza bellissima, grande e decorata con degli stucchi ormai distrutti. Io al Tacheles voglio bene, in qualche modo, anche se a volte mi sembrano troppo legati ad un ambiente alternativo che è troppo poco (o per niente) costruttivo. Anche al WUK c’è gente così, che si lamenta perché hanno cambiato il sistema di serrature perché toglie libertà. Posizioni radicali e inutili. Poi lo so che dentro queste associazioni c’è gente che ci crede davvero e che quasi piange durante le interviste. Detto questo concludo dicendo che le case e le cose occupate sono bellissime.

Le persone che incontri a caso dopo anni in altre parti d’Europa
L’ultima sera a Vienna siamo andati a mangiare. Io, Daniele, Melanie e il suo ragazzo e un’altra ragazza che avevo conosciuto nel 2009 quando ero andata a trovare Meni a Bruxelles (anche lei insieme al ragazzo). Ho parlato abbastanza agilmente in tre lingue ed era veramente bello pensare a tutti i giri di tempo e spazio che ci avevano fatto arrivare tutti lì.

Teufelsberg
Sabato sono finalmente andata a Teufelsberg con Daniele. Era una torre radio americana in mezzo a Grunewald, che con la metro si raggiunge in mezz’ora. Un posto abbandonato, ovviamente. Per entrare bastava trovare un buco nella recinzione (un gioco da ragazzi, per usare una frase fatta). Dentro era tutto vuoto, tutto distutto, tutto ricorperto di cocci di vetro di bottiglie di birra. Un posto utilizzato per rave, grafitti, fuochi. C’era un sacco di gente e tutti avevano una macchina fotografica al collo perché la vista che si vedeva da lì era apocalittica e splendida. Era una bella giornata ma c’era quella nebbiolina grigia tipica delle grandi città che ricopriva tutto il bosco. Probabilmente tutte le foto che abbiamo fatto esistono in quantità enorme sulla faccia di questa terra, come quelle della Torre Eiffel. Fatto sta che vedere questo ciclista che, seduto sul cemento armato, si affacciava sul niente è stata un’immagine che difficilmente mi toglierò dalla testa.

Il sottile confine tra la noia assoluta e l’interesse sconfinato
Ovvero i miei ultimi libri. Uno sulle occupazioni nella DDR (non erano occupazioni politiche e neanche di necessità. Era una cosa un po’ a casaccio di cui forse un giorno vi parlerò) e uno sulla storia della SED che ho comprato al Tacheles per due euro (perché non so quasi niente della DDR. Vabbè, forse più di voi, ma comunque poco per una politologa come me).

“Äpflel gibt es auch in Wien“
La frase che ho ripetuto di più in questi giorni è stata “Vuoi una mela?”. Preoccupata dal lungo viaggio ne avevo portate in grande quantità e Meni mi ha fatto notare che c’erano anche a Vienna. Sono poi rimaste nella mia borsa e mi hanno ristorata durante miei lunghi giri.

E ora ho tre giorni per riposarmi perché giovedì si parte di nuovo.

19. marzo 2012 by verdeanita
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Del regredire alla fase infantile


Mi riesce ancora difficile credere che effettivamente mi siano bastati pochi metri sul suolo di Moabit per regredire così tanto ad una fase infantile. Forse è una delle nuove sfaccettature del solito cambio d’umore relativo al ciclo mestruale. Eppure. Nel giro delle ultime ore ho deciso che è finita la mia fase “vestiamoci di solo nero”, anche se questa aveva un fondamento molto profondo, e sono tornata a vestirmi in modo cretino. Tipo l’altra sera (venerdì, quando sono andata a bere vino costoso sulla Karl-Marx Allee) ho indossato un vestito verde a pois viola, rossi e bianchi con stoffa per capelli della stessa fantasia e oggi calzini a pois e una gonna con una fantasia con gli uccellini. Tale avvenimento ha coinciso anche con un ritorno ad una fase ribelle. Infatti venerdì sera, dopo essere tornata a casa dalla mia serata sulla Karl-Marx Allee, mi sono tagliata i capelli da sola . Davanti e dietro. Ecco perché ho un buco sulla nuca. Il nuovo taglio è scodelloso e mi fa assomigliare a Fantaghirò. Essendo quest’ultima una delle figure chiave della mia vita, insieme a Prisca Puntoni e Rory Gilmore, ho preso tale commento come un complimento. E, in caso non si fosse capito, la mia prossima ossessione sarà (o già è) Karl-Marx Allee. I suoi palazzi sovietici, i locali con le finestre di vetro, i negozi che si sono svuotati. Meno male che ho finito il rullino che avevo sulla Canon. E, sì, ho finito il rullino sulla Canon, quello con le foto che ho fatto durante le mie ultime passeggiate solitarie. Ne sono tornata in possesso oggi pomeriggio, pomeriggio che è stato dedicato alla visione di numerose mostre. Nel mio rullino ci sono case occupate, posti di Berlino lontanti, castelli situati in minuscole città del Brandeburgo. E, a proposito delle case occupate, dovrei finalmente trovare il tempo di chiudere dentro un post tutte le cose che ho imparato in queste settimane consumandomi gli occhi su internet e rubando libri da innumerevoli biblioteche.
Quella qui sopra è la mia foto preferita di tutto il rullino e mi ricorda l’asinello che cavalcavo quando ero piccola e che stava fuori da un supermercato a San Zeno di Montagna. Appena infilavi la moneta partiva velocissimo e mia nonna doveva tenermi per non farmi cadere.

26. febbraio 2012 by verdeanita
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Fashion blog e acquisti cretini


Uno dei miei recenti passatempi preferiti è procrastinare le cose che dovrei fare per l’università e leggere libri che, seppur accademici, non c’entrano una beata mazza con quello che dovrei fare. L’altro giorno, ad esempio, proseguivo con Antropologia della città, un libro della Carocci editore che ha la stessa grafica dei miei vecchi manuali di statistica e sociologia. Stavo quindi leggendo questo libretto bluaceo e mi soffermai sulla seguente frase: “Appena arrivati in una nuova città [...] sembra di essere retrocessi ad uno stadio infantile, a quell’età nella quale per la prima volta si è conosciuta la propria città e se ne sono associati i luoghi alle esperienze, ai turbamenti, ai sentimenti e sogni infantili”. Proprio qualche sera prima, sul tavolino di un bar che frequento (no, non era lo Schokoladen), scrivendo sul mio quadernino di MUJI (Muji is the new Moleskine), avevo cercato di descrivere lo stesso concetto in modo più tortuoso e meno efficace.

Il succo del discorso è che a me quella sensazione delle strade che non conosci e che in qualche modo sono “vergini”, manca parecchio. Mi sono infatti resa conto, anche se non ci voleva poi un genio per capirlo, che le strade di Berlino che conosco sono solo quelle del quartiere dove abito e delle zone limitrofe (ovvero Kreuzberg e poi Mitte, Friedrichshain e, a volte, Prenzlauerberg). Quindi, mi sono detta, per ritrovare quella sensazione basta spingersi un po’ più lontano. Per questo due giorni fa io e la mia vecchia Canon F-1 ce ne siamo andate a passeggiare tra i Plattenbau di Lichtenberg. E oggi, invece, sono scesa dove non ero mai stata. Fermata Turmstraße*, quartiere Moabit. I soliti palazzi vuoti e un’atmosfera completamente diversa dagli altri quartieri. Passeggiando mi sono infilata in uno dei negozi della catena Humana, quella che vende i vestiti second-hand. Non credo di averci mai comprato nulla, anche perché i pezzi non sono esattamente bassi e i vestiti di solito fanno abbastanza schifo. Nei meandri di Moabit, però, proprio oggi tutti i capi dell’Humana erano in offerta e costavano massimo quattro euro. Così ho comprato un vestito assolutamente cretino.

Colgo quindi l’occasione per pubblicare il primo post fashion su questo blog. Sì.
Quando lavoravo da Zalando dovevo leggere tantissimi fashion blog e praticamente tutti erano di un livello veramente basso. La stessa Ferragni la trovo molto carina ma particolarmente noiosa. Non pretendo blogger stratosferiche a livello di Tavi, ma solo cose con un minimo di personalità (tipo questo mi piace molto). Perché tutti quei blog che parlano solo di marche e dei regali ricevuti dalle relative marche sono veramente noiosi e lasciano il tempo che trovano, dimenticandosi la cosa più importante, ovvero che i vestiti sono soprattutto un messaggio e vogliono dire qualocosa (come ci spiega Margherita parlando di una maglietta dei Mudhoney).
Per fortuna da poco è arrivata la Phlo, a fare luce in questo mondo buio (che poi il suo non è un fashion blog, e lei non è una fashion blogger ma una cantante, speaker radiofonica, poliglotta, interprete e immigrata argentina).
E allora comincio anche io, mostrandovi questo indumento che non saprò mai come mettere. Un trionfo di colori primari e fantasie cretine (cosa sono? capre? galline? i musicanti di Brema?) con ampie tasche, adatto alle mezze stagioni (che qui fortunatamente esistono) e che, visto il suo piccolo prezzo, era un peccato lasciar lì. Mi piace comunque come mi sta, anche se non ho idea di come metterlo (a caso, Anita, a caso!).

*Il nome mi ricordava quello del Kollektiv Turmstraße, che aveva suonato questa estate al Luft & Liebe. Vedo che suonano venerdì al Watergate, ma sono ancora provata da venerdì scorso, che poi era sabato mattina, quando ho dovuto aspettare fino alle cinque per vedere Four Tet, andando avanti a caffè e Montenegro.

Ps: la Phlo non è l’unica ad aver aperto un nuovo blog. È tornato anche Michi.

22. febbraio 2012 by verdeanita
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