Plenum


Qualche tempo fa Daniele mi ha mandato una mail per un nuovo progetto. Il progetto si chiama Plenum ed esiste già da un mese. È un sito che raccoglie storie e oggi è uscita la mia. Una versione estesa di una cosa che avevo già raccontato.

“Dopo Berlino, Anita Richelli ha trascorso alcuni mesi a Belgrado. È scesa da una città segnata dalle cicatrici di guerre mondiali e guerre fredde a un’altra, segnata da altre cicatrici, più mutevoli e recenti. Un posto dove, come a Berlino, i confini si muovono quasi letteralmente sotto i tuoi piedi e dove insoliti incontri riconciliano, quando meno ce lo si aspetta, la storia balcanica con quella tedesca. Continua

01. maggio 2013 by verdeanita
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L’inverno che non passa

Neverending winter from verdeanita on 8tracks Radio.

Non faccio mai mixtape ma su Spotify avevo questa manciata di canzoni e volevo congelare il momento.
Sono le canzoni che ho collegato a questo inverno troppo lungo.
La foto l’ha fatta Moritz a Zurigo con un rullino da 1600 ISO che ho comprato a Belgrado e che gli ho regalato quando è venuto a trovarmi a Verona.

Shave My Pussy – Chad VanGaalen
Zurich is stained – Pavement
Nevica – Gazebo Penguins
Summer Storm – Girls in Hawaii
Samuele’s Magic House – The Ian Fays
Here to fall – Yo La Tengo
Chemicals – The Notwist
Everything is Soft – Fake P
Insomnia – Electric President
Silent April Left us Without a Kiss – My Awesome Mixtape
Smells like content – The Books

25. aprile 2013 by verdeanita
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Schillerkiez come Cesenatico

Da quando è arrivata la primavera sono andata a passeggiare a Templehof ogni giorno.
Per farlo sono passata da questa parte di Neukölln che non avevo mai visto (a dir la verità, non ci ho mai passato troppo tempo a Neukölln).
Qualche sera fa io e Anni ci siamo mangiate una zuppa sui tavolini all’aperto. C’era ancora tanta luce, c’era la gente fuori senza giacca, che beveva birra sulle tavolate da sagra, c’erano i motorini con la gente seduta sopra, c’erano le gelaterie aperte.
A me pareva di essere al mare, quando ero piccola e passavo giugno a Cesenatico.
Un anno, presumo fosse il 1999, al “Bagno Nettuno” c’era in loop un disco di Moby. Così oggi, per tornare in quel mood estivo ma fresco, mi sono riascoltata Moby.

L’altra sera invece me ne stavo a bere succo di rabarbaro sulle panchine di un bar vicino alla fermata di Hermannstraße e tutta la gente che passava aveva una chitarra o un amplificatore o un pezzo della batteria. Abitavo nei paraggi da giugno scorso e non avevo ancora avuto tempo di guardami intorno (vabbè, sono stata anche a Belgrado nel frattempo).

Finalmente si sta bene. Ancora non ci credo che l’inverno sia passato. Ancora non ci credo che due settimane ero a Dresda abbracciata ad una stufa per non morire congelata.

20. aprile 2013 by verdeanita
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Silent april left us without a kiss


Domenica 14 Aprile erano esattamente tre anni da quando mi sono trasferita a Berlino (con il bagaglio a mano e 15 kg di zaino e con un misero livello A2 di tedesco). Ed era anche il primo giorno di primavera dopo questo inverno lunghissimo.
La notte non avevo dormito e mi ero svegliata circa alle 5 ed ero uscita a vagare per Weserstraße.
Sono andata fino a Prenzlauerberg con la Ringbahn.
Ho ritrovato la scuola di musica dove una volta ero andata a prendere Tobi.
Ho camminato lungo Danzigerstraße. Probabilmente non ci passavo da una vita.
Ho fatto colazione nell’unico bar aperto di Kastanienallee, con una cheesecake e una tazza di caffé. Erano circa le otto.
Le uniche cose da leggere che avevo nella borsa erano un libro in serbo che mi ha regalato Milica e il dizionario di serbo-croato. Allora mi sono messa a tradurre.
Sono stata tra le prime clienti a Mauerpark. Il mio amico Marc vendeva dischi e ho chiacchierato con lui. Erano circa le nove.
Al banchetto di fianco al suo ho trovato i dischi dei My Awesome Mixtape e ho comprato “My Lonely and Sad Waterloo” per regalarlo a Giulio.
Ho preso una multa sulla U-Bahn perché avevo dimenticato il Semesterticket a casa. Erano le 10.59 di domenica. Ed ero ad una fermata da casa mia.
Ho bevuto il caffé sul balcone per la prima volta questa “primavera”.
Ho chiesto alla mia amica, ospite da me, di dormire da un’altra amica perché avevo problemi a dormire (a.k.a. sto invecchiando).
R. mi ha mandato un messaggio orribile.
Sono andata a Templehof con Anni e Karin.
Ho incontrato Lamberto a Templehof (l’ultima volta ci eravamo visti a Vienna).
Sono andata a Görlitzer Park con Anni e Karin e Rachel e Giulio. Ho regalato il cd a Giulio.
Siamo tutti andati all’Open Mic al Madame Claude e Giulio ha suonato due canzoni (una degli Amari).
Sono tornata a casa esausta e ho dormito benissimo.

15. aprile 2013 by verdeanita
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Freitag: Neverending Winter, Liebeskummer und Ersatzverkehr zwischen Hermannplatz und Kottbusser Tor.
Samstag & Sonntag: Ich bin nach Dresden gefahren.

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08. aprile 2013 by verdeanita
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Nedelja puna ljubavi

Raramente credo di essere stata così agitata prima di partire. Avevo prenotato un volo con Opodo perché la conversione in dinari sul sito della JatAirways non mi convinceva. Passai i mesi seguenti a temere qualche intoppo. Quando mi arrivò una mail con il cambio degli orari del volo temetti il peggio. Oltre al fatto che capii quanto è stupido partire di sera.

Il mio volo fortunatamente c’era, ma anche con la carta d’imbarco tra le mani non ero ancora sicura. Non ero sicura neanche all’atterraggio. Non ero sicura neanche quando intravidi la Genex Tower mentre parlavo in serbo con il taxista. Cominciai a essere sicura quando Mara cominciò a salutarmi da dietro le finestre del Ventil, mentre io scaricavo lo zaino dal taxi. Poi, quando Bojan mi prese in giro per aver ordinato solo una birra piccola, cominciai a rilassarmi, a guardarmi intorno e a rendermi conto che sì, ero tornata. C’erano sempre le Electrelane in sottofondo e quattro mesi erano stati velocemente cancellati.

Il programma del primo vero giorno era: visitare il mio vecchio ufficio, passeggiare lungo il Danubio, andare in giro per bar e leggere. E feci le cose esattamente in questo ordine. In ufficio fu buffo, perché alcuni colleghi non sapevano del mio arrivo. Passeggiare fu commovente, perché quel sole era completamente diverso dalla neve nella quale avevo camminato fino al giorno prima. A KC Grad c’era il solito barista ma fuori non c’erano più i tavolini. Mi sedetti dentro e bevvi caffè turco mentre leggevo un libro su radio B92 che mi aveva prestato Dusica quella mattina.

Come seconda tappa, come se non potessi più aspettare, mi diressi al Bigz e salii i suoi sette piani sapendo perfettamente quale ricompensa avrei trovato in cima. Dentro Čekaonica c’era una mostra dedicata a Templehof e la cosa mi fece sorridere. Alle sette avevo però appuntamento con Milica al ponte di Brankov per andare a Zemun. Passeggiammo per quelle stradine che sembrano un mondo completamente diverso dai palazzoni di Belgrado e ci ritrovammo prima in un pub e poi in una kafana che era una specie di Clärchens Ballhaus: un posto fuori dal tempo, dove un gruppo di 70enni suonava jazz e i giovani così come le vecchie agghindate ballavano insieme senza problemi.

Venerdì sera andai a sentire le prove di Bojan, Milica e Zorana che hanno un progetto davvero bello che si chiama Lula Mae. La sala prove era in un posto dove non ero mai stata e Milica mi aveva disegnato una specie di piantina sul taccuino. Mezz’ora prima dell’appuntamento ero ancora a casa e non sapevo neanche dove prendere l’autobus e pensavo che sarei arrivata con un ritardo mostruso. Arrivai con cinque minuti d’anticipo.

La sera andrai a KC Grad con Zuzana, Alex e Ana. Con lei mi aspettava poi un programma abbastanza intenso.

Sabato io e Ana andammo a Subotica in pullman a vedere i Repetitor. Il viaggio, lunghissimo e con brevissime soste, fu per me un incubo. La cosa buffa era che gli stessi Repetitor viaggiavano sul nostro autobus.

Subotica è l’ultima città serba prima dell’Ungheria e nei dintorni si parla più ungherese che serbo. La nostra permanenza fu di appena una manciata di ore, che non ci permisero di vedere bene la città. Faceva freddo e anche stavolta, come per magia, riuscimmo a trovare il locale senza perderci e senza chiedere indicazioni.

Dei Repetitor ho già parlato su IndieForBunnies e questo concerto ha confermato e rafforzato tutte le mie prime impressioni. Restammo nel locale fino alle 3. Ero l’unica a non parlare perfettamente serbo, quindi mi misi alla prova e cercai di capire e ascoltare il più possibile. Alla fine ero piuttosto compiaciuta.

Nel video potete vedere i Repetitor che spaccano e io che mi gratto la testa. Speriamo che il neonato Lou Fai Booking riesca a portarli in Italia nei prossimi mesi.

Al nostro ritorno, dopo un pranzo a Kalamegdan, tornammo nelle nostre rispettive dimore per riposare un po’ prima di andare ad Inex Film, uno squat pieno di atelier che si trova nella prima periferia, verso il ponte di Pančevo. Mi aspettavo molto di più, ma fu comunque una serata piacevole.

Per gli ultimi giorni cambiai dimora e andai a stare da Bojan e Mara, a Nuova Belgrado, un distretto tra il centro storico e Zemun costruito negli anni cinquanta. Ovviamente ero molto più lontana dal centro, quindi alle passeggiate tra i mercati si sostituirono più caffé, più chiacchiere e più cose da fare in casa, come il Tiramisù.

Lunedì sera fece un po’ male, perché andai a Brod a vedere, tra le altre, una persona con cui avrei voluto passare più tempo, anche se forse è meglio così.

Lunedì fu anche il giorno in cui tutti mi dissero di ascoltare i Veliki Prezir, un gruppo serbo che esiste da un bel po’. Decisi quindi che il giorno dopo sarei tornata da Pinball Wizard, il mio negozio di dischi di fiducia, a comprare il loro disco. Il giorno dopo, mentre rovistavo tra i dischi e chiacchieravo con Magdalena, la ragazza che vi lavora, lei ricevette un messaggio da Zorana, che diceva di regalarmi il disco da parte sua, in caso fossi passata. E questo fu l’episodio più adorabile di tutta la settimana.

Con tutti i miei nuovi dischi in un sacchetto di plastica me ne andai di nuovo al Bigz, questa volta con Ana. Là avevamo appuntamento con Milena, la batterista dei Repetitor, che ci aveva invitate a vedere le prove. Nella sala prove c’erano membri di un sacco di gruppi che ho adorato durante la mia permanenza a Belgrado. Andammo a Čekaonica a bere un po’ di birra e rakija al miele e poi restammo lì fino all’una. Tornai a casa con l’ormai consueto autobus notturno.

L’ultimo giorno, perché anche al ritorno avevo uno stupido volo serale, feci nulla o poco più. Convinsi Bojan e Mara a fare una passeggiata lungo il fiume. Non immaginavo che il loro appartamento si trovasse vicino a questa parte di città, piena di splave e locali. Era tutto bello, silenzioso, pacifico e quasi ghiacciato. Come l’altra volta, quando mi ritrovai lungo il fiume ad una manciata di ore dalla mia partenza, non sapevo cosa dire ed ero un po’ triste, ma felice allo stesso tempo.

11. marzo 2013 by verdeanita
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Un disco al mese (o anche di più): Febbraio & Marzo


Febbraio
Feist – The Reminder. Non avevo mai ascoltato Feist, a parte canzoni sparse. Un mese fai mi ritrovai ad una cosa chiamata “The Listening Get-Together” e lo ascoltammo tutto per intero, per poi discuterne. Alla fine viene estratto uno dei partecipanti, che si porta a casa il disco. Indovinate chi ha vinto.
A Silver Mt. Zion – 13 Blues For Thirteen Moons. Questo invece lo comprai un sabato pomeriggio da un mio amico che stava vendendo i suoi dischi per far spazio (!!). Lo faceva all’interno di un mercatino a pochi passi da casa mia. Quel pomeriggio ero di un umore stranissimo e passai gran parte del tempo a vagare tra i vari stand a sentirmi musicalmente ignorate o a scrivere cose sul mio taccuino sprofondata su una poltrona. Alla fine comprai questo, perché in quel momento il 2008 mi mancava.

Marzo
Veliki Prezir – Svetlost i dim
Repetitor – Sve što vidim je prvi put
Petrol – Nezgodno vreme opasni dani
Nežni Dalibor – Normalan život
Bitipatibi -Lešnici divlji

Questo è ovviamente il bottino che ho riportato a casa da Belgrado.

11. marzo 2013 by verdeanita
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Va tutto bene


Una delle cose che mi piaceva di Girls, e che la cara Lena non ha più fatto vedere poi tanto, era lo sfogo sull’internet quando sei un po’ depresso.

Infatti prima ho pensato che potevo scrivere qualche cazzata su Facebook o postare qualche video con un messaggio indecifrabile o scrivere qualcosa di deprimente e rabbioso su Twitter ma poi ho pensato “No, poi lì tutti ti giudicano” e poi ho detto “Ehi, ma sticazzi, io ho il mio pezzo di internet su cui posso fare quello che voglio!”.

E allora ciao, sono il post scollegato e folle e ubriaco che aspettavi da tempo. Eccomi. Forse sono nato nella tua testa oggi pomeriggio quando hai sparato i Pavement a palla dal tuo stereo, che, lasciamelo dire, è proprio una merda, ma è sempre grande e rassicurante anche se si sente male ed è un puzzle di pezzi recuperati da tuo nonno o dal tuo vecchio hi-fi e la puntina del giradischi è vecchia e sicuramente uno che se ne intende potrebbe prenderti a sberle per quello che stai facendo.

Anyway. Forse avevo cominciato a prendere forma anche prima, mentre ero in ufficio e continuavo ad andare in bagno e a mangiare banane e a comprarmi cioccolato alle macchinette.

No, ma torna ai Pavement dai, che se non altro è un cliché più condiviso.
Sì, va bene. Ascoltavo i Pavement e abbracciavo il mio cuscinone colorato e pensavo che probabilmente c’è un un universo parallelo dove io sono rimasta a Belgrado ed eravamo tutti felici, o un altro in cui quell’altro non se ne è tornato in Canada o un altro ancora dove io non sono andata a Berlino o quell’altro in cui boh.

Il punto è che in tutti gli universi reali ma paralleli agli universi paralleli che costurivo abbracciando il mio cuscino, alla fine io ero quella che ascoltava i Pavement abbracciando il cucino e gli altri erano quelli che in qualche modo erano più felici, con una morosa o una casa o un gruppo che fa dei tour pazzeschi.

Poi mi ha chiamato Karin e mi ha detto che stava andando a casa ma che poi andava al concerto e che casa sua non era auf den Weg ma casa mia sì e allora se poteva passare a casa mia. E io le ho detto che non stavo facendo nulla, a parte essere triste, e che poteva passare e che avrei messo una pizza surgelata in forno e avrei stappato una bottiglia di vino costoso che per me non era costoso perché me l’hanno portato i miei.

E così ho fatto e mangiavamo la pizza col Müller Thurgau e parlavamo del nostro essere venticinquenni a Berlino e di quanto sia difficile fare le pseudo groupie della stessa band e del fatto che tra una settiamana entrambe prenderemo un aereo per andare in un posto dove un ragazzo che ci piace ha una nuova ragazza (e potevamo anche parlare delle altre storie identiche e della stessa azienda per cui lavoriamo. Siamo troppo uguali io e lei e un giorno litigheremo per lo stesso ragazzo).

E poi sono anche uscita con lei ma il concerto, che era bellissimo, non riuscivo a godermelo per niente e allora ho detto „Vabbè, vado a casa”. E mentre salivo la scala mobile a Hermannplatz sentivo le tipe di fianco a me che dicevano “Cekala sam” e io pensavo “Capisco tutto, porca merda, perché capisco anche questa lingua del cappero”.
Promettimi, Anita, che come sei rimasta a Berlino, il prossimo semestre continuerai a fare otto ore alla settimana di una lingua apparentemente inutile perché certe cose le fai a caso solo a metà e in realtà sai che le fai per te e basta e va bene così.

(la foto la fece Miqui in un periodo demmerda)

22. febbraio 2013 by verdeanita
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Chissà come si dice “gurken” in inglese.

Ieri, sulla strada verso il lavoro, mi sono posta interessanti questioni. Mancavano venti minuti all’inizio del mio turno, ovvero mancavano dieci minuti al momento in cui avrei dovuto accendere il computer perché all’inizio del mio turno devo essere già loggata in tutti i programmini vari. Avevo ottanta centesimi e non sapevo cosa comprarmi da mangiare (e dove soprattutto, perché come facevo a prelevare e procacciarmi del cibo in dieci minuti?). Così cominciai a pensare:
“Ma che ho mangiato la settimana scorsa a pranzo?”
“Ah, sì! Hummus e cose di pasta con la feta dentro. Ma l’hummus mica l’avevo finito. Che l’abbia abbandonato nel frigo dell’ufficio?”
“Ma dopo così tanto farà schifo.”
“Ma no, non l’hai messo in frigo. L’hai messo nella borsa per portarlo a casa, ricordi?”
“Oh, sì! Cavolo, ma a casa non ci è mai arrivato!”
“Oddio, che schifo, è ancora nella borsa?”
“Non può essere ancora nella borsa, me ne sarei accorta, dai”
“Ah, ma l’hai mangiato, non ti ricordi?”
“Ah, me lo ricordo! Ma perché ne ho un ricordo così vago?”
“Forse perché eri sbronza? Dai, con cosa l’hai mangiato?”
“Con un cetriolo!”
“Un cetriolo?”
“Sí, un cetriolo ed ero al bancone di un bar!”
Così sulla via verso al lavoro mi sono tornati in mente dettagli buffi della serata di giovedì, cominciata alla pizzeria di Rosenthaler Platz e finita aspettando l’autobus notturno a Rosenthaler Platz.
Poco prima ero dentro al King Kong Klub, il dj era particolarmente malleabile e io e Karin eravamo riuscite a farci mettere tutte le canzoni della nostra gioventù.
E prima ancora ero al Kim Bar e forse avevo ancora il cetriolo e l’hummus in mano (il cetriolo, giuro, non so da dove fosse spuntato, fatto sta che con l’hummus ci stava divinamente) quando era partita “Kicked in the sun” e io avevo scritto a Michele “We’re special in other ways”.
Era già tardissimo e non sono sicura che l’abbia ricevuto, più che altro non sono neanche sicura di essere riuscita a spedirlo.

05. febbraio 2013 by verdeanita
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Un disco al mese: Gennaio

Una settimana fa mi sono trovata davanti ad una parete piena di dischi. Ho chiesto: “Quanti sono?” “Non so, credo 6000.”

Io non ho 6000 dischi. Io non avrò mai 6000 dischi. Io compro pochissimi dischi. La musica si succhia comunque un sacco di miei soldi tra concerti (soprattutto), riviste, download e quei pochi dischi che comunque compro. Ma il punto è che comprare dischi non è un’attività che svolgo regolarmente. Lo facevo, una volta. Andavo alla Fnac con Michele (e anche con Merih una volta) e avevamo un nostro metodo studiatissimo. O anche da sola. Ma da quando ho finito le superiori e ho cominciato a spostarmi in altre città è diventato brutto avere i dischi separati tra le varie case e stanze e tra la parete e la valigia dei dischi.

Poi l’altro giorno parlavo con Michele e parlavamo delle solite cose, che c’è troppo internet, che non si ascoltano più con attenzione e tutte quelle cose lì.

Quindi ho deciso che un disco al mese, pensandoci bene, potrei e dovrei anche comprarmelo. E sarebbe anche bello tener traccia di quello che ascolto. Le classifiche di fine anno in questo caso aiutano tantissimo, ma non bastano a tener traccia di tutto ciò che è vecchio, recuperato, riascoltato.

Questo mese è stato facile scegliere cosa comprare. A gennaio è uscito un nuovo disco degli Yo La Tengo. “Fade” è un disco morbidissimo, in cui manca tutta la parte rumorosa che degli Yo La Tengo è la mia preferita. Ma è un disco che suona benissimo e a cui non posso che voler bene.

Per il resto, questo mese ho caricato l’iPod con un sacco di musica tedesca e serba che ho cominciato ad ascoltare recentemente. Una volta non ci riuscivo per via dello strano suono della lingua, ma ho superato questo ostacolo e sto apprezzando tantissimo scoprire gruppi un po’ lontani da quelli classici ma che comunque raccontano cose di un periodo, di un posto.

L’unico altro ascolto nuovo (e attento) è il disco di Pascal Pinon in uscita per la sempre adorata morrmusic.

Cose vecchie mai sentite: Darkwood Dub “Paramparcad”, Der Plan “Geri Reig Und Normalette Surprise”, Ton Steine Scherben “Keine Macht für Niemand”, Fehlfarben “Monarchie und Alltag”
Cose vecchie riascoltate: Girls in Hawaii “Plan your escape”, Envelopes “Here comes the sun”, The Breeders “Last Splash”
Cose nuove: Pascal Pinon “Twosomeness”

Riuscirò a fare la stessa cosa anche a febbraio?

30. gennaio 2013 by verdeanita
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