2014 Ohrwürmer Top 5

“Ohrwurm” è una di quelle parole tedesche bellissime che non esistono in italiano. “Ohr” vuol dire orecchio e “Wurm” è verme. Verme dell’orecchio? In pratica gli Ohrwurm sono quelle canzoni che ti si infilano in testa e che non riesci a smettere di canticchiare o ascoltare. Ecco le cinque canzoni che sono risuonate di più nel mio cervello o nella mia stanza (e fortunatamente anche ai concerti e ai djset) in questo 2014.
Attenzione! Questo post contiene degli spiegoni che potrebbero risultare inutili. Ho deciso di coniare quindi il termine “anitasplaining” per quando vi disco cose che probabilmente già sapete se mi conoscete, tipo che mi piacciono i Notwist o gli Yo La Tengo e chi sono eccetera.

1. Hospitality, “Last Words”
Ero alla Kantine del Berghain prima del concerto di Chad VanGaalen, perché gli avevo appena portato la pizza che avevo amorevolmente preparato per lui. Il concerto si stava approcciando e io girovagavo per il locale che piano piano si stava riempiendo. Ad un certo punto è partita questa canzone bellissima e io sono corsa dal mio capo Andreas a chiedergli cosa fosse e lui ha detto entusiasta: “Vero che è bellissima? È la canzone più bella dell’anno!” e lo è davvero.
Il giorno dopo l’ho ascoltata tutto il giorno e quando il mio amico Torsten mi ha chiesto se avevo qualche richiesta per quel sabato in cui metteva i dischi all’Antje Öklesund io ho detto “Sì, questa!” e così è diventata anche l’ultima canzone che ho ballato a Berlino.

2. The Notwist, “Kong”
La prima volta che ho visto i Notwist ero a Ferrara da sola e ancora non sapevo se sarei tornata a dormire a Verona o a Bologna (e soprattutto come) e non sapevo neanche nulla di loro, a parte il loro ultimo singolo, che a quel tempo era “Good Lies”. Conoscevo una sola canzone ma mi innamorai follemente di loro, durante il concerto. La canzone che mi piacque di più si chiamava “Puzzle” ed era un’esplosione di chitarre e luci e si trovava su “12” (Zwölf!!), uno dei loro primi dischi di quando erano cattivissimi.
Quando il mio capo Andreas mi portò a rivederli (di nuovo grazie, capo Andreas!), a esattamente cinque anni da quel primo concerto, i Notwist suonarono un sacco di canzoni nuove bellissime, tra cui una molto simile (ma anche molto diversa) da quella che mi era tanto piaciuta.
“Kong”, e poi tutto il loro ultimo disco, è per me un perfetto riassunto di tutto quello che hanno sempre fatto, dalle chitarre cattive, alle ballate lente, all’elettronica sofisticata. Ed è stupenda e tutte le volte che la sento potrei mettermi a piangere.
(Ah, è anche la prima canzone che ho richiesto al mio amico Torsten la prima volta che metteva i dischi all’Antje per quella che è diventata la festa danzante più figa di Berlino)

3. Joasihno & JEL, “Hypnotize us”
Come sapete mi piacciono i Notwist (e se non lo sapevate ma avete letto il paragrafo sopra, ora lo sapete). I Notwist hanno influenzato tanti altri gruppi e alcuni loro membri suonano in altri progetti che poi hanno altri progetti eccetera eccetera. Uno dei progetti dei Notwist si chiama 13&God ed è formato da loro e dai membri dei Themselves, che sono un gruppo Anticon (etichetta americana di hip-hop) e che quindi potrebbe non c’entrare un tubo con un gruppo tedesco. E invece!
La cosa che mi piace è che da questa collaborazione ne sono nate altre diecimila e una è questa.
Joasihno è il progetto di un membro degli Aloa Input (Morr Music: grazie Thomas!) e JEL è uno dei fondatori della Anticon.
Un giorno i miei amici Andre e Amande hanno organizzato in quattro e quattrotto un concerto di JEL all’Antje Öklesund e io ho pensato “FIGATA!”.
Alla fine del concerto JEL ha suonato questa canzone e io ho pensato “Ma è Joasihno!” e invece no! Era un collage ipnotizzante di un paio di canzoni bellissime e diversissime ed è stata un’altra canzone che ho ascoltato tantissimo!


Come potete vedere questo 7″ si intona perfettamente con il mio triceratopo. L’ho comprato sul negozio della Morr Music e già che c’ero l’ho svaligiato comprando cose che volevo comprare da una vita. Ci sono ancora sconti! E il Sig. Morr non mi ha pagata per dirvi ciò! (Però nel pacco ho trovato una cosa bellissima che non doveva esserci. #cuori)
Ah, il disco sotto è un vinile dei Jethro Tull, perché io adoro i Jethro Tull.

4. Skiing, “Holly”
La mia amica Amande è indubbiamente una delle persone più cool che conosco. L’ho conosciuta un paio di anni fa e poi è sparita per andare in tour. Ho fatto un tirocinio di 3 mesi nell’ufficio di fianco al suo e lei non si è mai vista perché era sempre in tour. È tornata, le ho chiesto come andava e lei ha detto: “Sto per fondare un’etichetta!”
L’etichetta si chiama Späti Palace. Lo Späti è quel negozio sotto casa che è aperto fino a tardi e dove puoi comprare birra ad ogni ora. L’etichetta è una celebrazione di band locali (ovvero di Berlino), formate da gente che viene dal resto del mondo.
Il primo split conteneva questa bellissima canzone, che ho consumato nei giorni in cui avevo voglia di vedere gli Skiing dal vivo, di nuovo (hanno suonato sia al Down by the River che al Torstraßen Festival, regalandomi in entrambi i casi i concerti più belli della giornata) e ancora non ho capito perché non me lo sono comprata. Comunque appena torno a Berlino chiamo Amande, andiamo a berci una birra e me lo faccio portare.


5. Schnipo Schranke, “Pisse”
Il Down by the River è uno dei giorni più belli dell’anno. Il festival è organizzato da Four Track on Stage ed è difficile dire di che genere di musica si tratti. Ma basandosi sulla tradizione anti-folk da cui nasce si può dire che è un festival per quel genere di musica che non trova facilmente etichette, che è strana, che non troverebbe posto ad un altro festival, che è fatta col cuore.
La band più attesa era questo duo di ragazze tedesche e il fatto di poter capire i loro testi è uno dei motivi per cui vale la pena studiare il tedesco.

Schnipo Schranke – Pisse (OFFIZIELLES MUSIKVIDEO) from Daniela Reis on Vimeo.

 

28. dicembre 2014 by verdeanita
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Ho fatto un altro tour

Vin Blanc/White Wine al Monarch, foto di redyourblues.com

Sono stata a Berlino in tutto quattro anni e mezzo, se non contiamo le fughe a Verona e Belgrado nel mezzo. In questi quattro anni e mezzo ho fatto un sacco di lavori e ho accumulato un numero considerevole di ex capi. Alcuni ex capi li ho persi di vista, pochi mi facevano paura, molti li ho amati tantissimo e continuo a sentirli.

Lo scorso marzo uno dei miei capi preferiti mi ha chiesto se potevo aiutarlo a promuovere un concerto al Monarch. Poi si è accorto che io già organizzavo un concerto al Monarch il giorno prima (erano i Be Forest) e certo non promuovere decentemente due concerti, però gli dissi che tanto i poster dovevo andare in giro ad appenderli lo stesso e quindi se me li dava potevo appendere anche i suoi. “Appendere poster in giro” in tedesco si dice “plakatieren” e quanto il mio vecchio ufficio ha saputo che andavo in giro a plakatieren mi hanno sommerso di poster ma non è stato un problema perché poi a tutti quei concerti ci sono andata gratis, quindi tranqui.

Il concerto che il mio capo Andreas mi aveva dato da promuovere era di Vin Blanc/White Wine, un tizio che io non conoscevo minimamente. Però quando lo raccontavo in giro ai miei amici tedeschi loro mi dicevano “Ah, sì!” perché l’uomo dietro il progetto, Joe Haege, aveva anche mille mila altri progetti che per i misteriosi misteri della promozione erano famosissimi in Germania e pseudo sconosciuti in Italia (succede anche il contrario, tipo che quando al Monarch – sì, sono sempre al Monarch – è venuto Kid Millions degli Oneida io ero contentissima e il mio capo Andreas mi ha chiesto: “Ma poi mi spieghi perché in Italia siete tutti fan degli Oneida e in Germania non se li fila nessuno?”

Così, mentre andavo in giro ad attaccare i poster per i Be Forest, andavo in giro ad attaccare anche i poster per Vin Blanc e una sera stavo bighellonando con il mio amico Sash, il mio amico sloveno che ho conosciuto a Belgrado ma che vive a Berlino e che fa sempre le foto ai miei concerti o a donne nude, e lui ha visto il poster e si è esaltato tantissimo: “Ma è Joe Haege? Ma spacca i culi! Sarà un concerto stupendo! Dobbiamo assolutamente andarci!” e così a vedere il concerto siamo andati insieme e lui ha fatto un sacco di foto bellissime come al solito.

I concerti migliori della mia vita li ho visti arrivando sotto il palco completamente vergine da ogni ascolto. E fu questo il caso. “Coinvolgente” è una parola che non mi piace, ma il concerto era stato così. Nel senso che raramente mi sono sentita parte del suono in quel modo, soprattutto perché non era un suono avvolgente e totalizzante, ma era vivo, mobile, teatrale. Oltre a questo non riuscivo a capire se lui fosse pazzo o si sentisse male o fosse un genio. Alla fine ero conquistata.

Ho cominciato a fare booking seriamente circa un anno fa. Visto per ogni persona che fa booking ci sono tipo duemila band che cercano un agente, sono costantemente ricoperta di variopinte richieste di ogni genere e provenienza. A volte sono cose infattibili, a volte sono cose che non ho tempo di fare. Poi ogni volta che posso effettivamente fare qualcosa mi faccio mille mila domande del tipo: “Ma piaceranno agli altri come piacciono a me? Ma verranno capiti in Germania? Ma ha senso farlo?”.
Quando Andreas mi ha chiesto di organizzare un tour di Vin Blanc/White Wine in Italia il mio cervello era sgombro di domande e ho detto subito di sì.

Dopo i dovuti mesi di gestazione, le mille mail spedite e le poche risposte, gli incastri di giorni e percorsi, ieri ho annunciato cinque date di cui sono molto contenta. Se siete a Treviso, Bologna, Genova, Gorizia o Verona andateci perché sarà una figata.

L’evento FB è questo qui e le date sono qui sotto:

11.11 Treviso, Teatro delle Voci Studios (presentato da Bianconiglio)
12.11 Bologna, Lestofante
13.11 Genova, Altrove – Teatro della Maddalena (presentato da disorder Drama)
14.11 Gorizia, Osteria dell’Alchimista
15.11 Verona, Associazione Culturale Interzona (w/t Black Bananas)

01. ottobre 2014 by verdeanita
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Posti di Berlino che mi mancheranno un sacco

Vi ho detto che sono tornata a Verona e che non ho un biglietto di ritorno. Potrei tornare a Berlino dopo due mesi, potrei stare di più, potrei andarmene da qualche altra parte. Non ci voglio pensare più di tanto. Ovviamente da quando ho preso questa decisione ho cominciato a pensare a tutte le cose che stavo per lasciare, ai luoghi dove passo la maggior parte del mio tempo. E quindi ecco un primo (e forse non ultimo) elenco di luoghi che sentiranno la mia mancanza più o meno come la sentirò io. O anche i posti dove potete venire a cercarmi quando verrete a Berlino, se sarò lì (perché della gente è effettivamente venuta a cercarmi, trovandomi, in uno di questi posti).

1. Schokoladen

Ne ho già parlato fino allo sfinimento, quindi per tutta la storia potete andare su Soft Revolution. Si trova in uno squat (ora legalizzato) che era un vecchio negozio di cioccolata. È uno dei pochi locali rimasti a Mitte nonché uno dei pochi palazzi la cui facciata non è stata ristrutturata e che può darvi un’idea di come erano i quartieri della Berlino Est. Ci sono concerti tutte le sere a parte il martedì, quando c’è un reading (e se masticate un po’ di tedesco vale veramente la pena anche questo). L’ingresso costa sempre meno di 8 euro ed è gratuito dopo le dieci. I concerti sono quasi sempre di gruppi piccolini, che poi diventano grandi. Tipo che c’è ancora un poster dei Future Island che due estati fa hanno fatto un concerto nel cortile. È ricoperto da una carta da parati con le roselline rosse. È in assoluto il mio posto preferito di Berlino.

Schokoladen, Ackerstraße 169, 10115 Berlin

2. Madame Claude

Andare al Madame Claude è come entrare in un altro mondo. Bisogna scendere le scale e poi scenderle ancora. Ci sono i mobili appesi al soffitto come se tutto fosse al contrario. E c’è la foresta, che è il posto più bello dove bighellonare prima dell’Open Mic, che si svolge tutte le domeniche, ospitato a settimane alterne da Heiko o Chiara. Ci sono anche un sacco di concerti durante la settimana. Ma io sono un’affezionata delle domeniche e, pur non suonando nessuno strumento, andandoci di continuo ho conosciuto tutti i miei amici.

Madame Claude, Lübbener Straße 19, 10997 Berlin

3. Antje Öklesund

Che probabilmente non troverò al mio ritorno perchè sarà un cumulo di macerio o, se tornerò tra molto tempo, un condominio di lusso. Si trova dentro un edificio mezzo distrutto all’interno di un cortile di Friedrichshain. Se non lo state cercando è praticamente impossibile da trovare. Comunque, è uno di quei pochi locali dove i gruppi a metà tra lo sconosciuto e il famoso possono suonare. Una volta sono andata a vedere Jel e c’erano i Notwist che bighellonavano lì e il locale era ancora mezzo vuoto e a me pareva tutto surreale. Da poco hanno cominciato con i djset e l’ultima volta che si sono andata sono uscita all’alba dopo aver ballato sette ore. Qui ho anche fatto il mio concerto di beneficenza Folk the Flood per l’alluvione dei Balcani, a cui hanno suonato tutti gli amici menzionati sopra.

Antje Öklesund, Rigaer Straße 71, 10247 Berlin

4. Monarch

(Nella foto Dump, ovvero James McNew degli Yo La Tengo e la sua Danelectro glitterata, a due passi da me)
Da non confondere con il West Germany.* Sembra un bar ma non è solo un bar. Se guardi bene in fondo c’è anche un piccolo palco dove ho visto alcuni dei concerti più belli di tutta la mia permanenza a Berlino. Oh, ed è anche il locale dove ho organizzato per la prima volta un mio concerto a Berlino. Erano i C+C=Maxigross, ma ci ho anche fatto His Clancyness e i Be Forest. Quindi ogni volta che ci torno mi sembra di essere un po’ in ufficio o al liceo durante l’autogestione. Ah, e ci sono anche dei bellissimi Djset!

Monarch, Skalitzer Straße 134, 10999 Berlin

5. West Germany

(Nella foto, che non ho fatto io ma Tom, un tizio olandese che è sempre in giro in tour con gruppi a cui fa foto, si vede Boris dei Repetitor in mezzo al pubblico. Concerto che ho fatto io!)
Da non confondere con il Monarch.* La leggenda dice che questo locale sia stato ricavato da un vecchio studio medico ed è tutto rovinato e il palco è fatto con delle casse di birra. È gestito dai alcuni tra i migliori promoter di Berlino, Ein Welt aus Hack , e se cercate un gruppo rumoroso, sperimentale, sconosciuto o famoso ma in incognito e/o assolutamente figo, allora questo è il posto dove andare. Non hanno sito, non hanno pagina FB, non hanno niente. Dovete solo andare e provare. Io ho avuto l’onore di organizzarci i concerti di Vvhile e Repetitor. Il giorno dopo il concerto dei Repetitor sono andata a riprendermi il tupperware del catering ed ero terrorizzata dall’idea di incontrare Thrustone Moore perché quella sera toccava a lui. C’è anche una bella terrazza con vista sull’orribile (ovvero bellissima) architettura di Kottbusser Tor.

West Germany, Skalitzer Straße 133, 10999 Berlin

*I due locali sono molto vicini e facilmente confondibili. Sulla strada, Skalitzer traße, c’è un orribile complesso architettonico con delle porte. Per andare al Monarch di prende la prima porta venendo dalla metro e si sale al primo piano. Per andare al West Germany si prende la seconda porta e si sale al secondo piano. Comunque la gente non capirà mai e mi capita sempre di essere all’ingresso con la mia guest list e dover mandar via gente spavalda che dice cose tipo: “Sono in lista, sono amico del DJ” “Non sei in lista, non so chi tu sia e non c’è nessun DJ!” “Non è il West Germany questo?” “No…”.

Bonus: mio fratello che suona all’Open Mic “Jennifer Strange”. Quel giorno era il compleanno di Heiko e la lista era piena di nomi ragguardevoli e io ero molto orgogliosa.

18. settembre 2014 by verdeanita
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Verona solo andata

Il 16 settembre me ne sono tornata a Verona. Non ho un biglietto di ritorno e tutte le mie cose sono state impacchettate nella mia stanza in modo da riempire tre scatole SAMLA, quattro scompartimenti della mia libreria LACK e il mobile rosso IKEA PS. Bello usare i mobili dell’IKEA come unità di misura. Sono stata brava a incastrare tutto e ho anche buttato via un sacco di cose. Ad occuparla in mia assenza sarà una ragazza spagnola. Avevo uno zaino pesantissimo e mio padre ha detto “Ma saranno almeno 20 chili!” “No, solo 19.3.” ho risposto io.

Giulio mi ha portata a Tegel in macchina, altrimenti non ce l’avrei mai fatta. E’ venuto a prendermi alle nove e mezza e aveva scelto un disco degli Arcade Fire che ci stava benissimo con la temperatura e la luce autunnale di quel martedì mattina.

Avevamo passato insieme anche la sera prima, nel modo meno berlinese possibile: lasagne con funghi e gorgonzola, una bottiglia di Valpolicella Ripasso Classico Superiore e un vecchio film italiano.

Avevo già dedicato il fine settimana a salutare i miei amici. Venerdì c’era stato un matrimonio a cui avevano suonato anche i The Burning Hell. Avevo fissato la mia partenza a settembre proprio per fare in tempo a salutarli, visto che questo tour non passa dall’Italia. Sabato in molti erano venuti a casa mia e sabato sera, nonostante la stanchezza accumulata, ero andata all’Antje Oklesund a ballare.

Verso le tre ero a pezzi e ho deciso di cominciare il giro dei saluti partendo dal Dj il quale mi ha detto: “Rimani per una sola canzone!”. Ho proseguito il giro pronta a ballare perché sapevo perfettamente che canzone mi avrebbe messo su. Quello fu anche l’istante in cui capii che il tizio bellissimo che mi aveva chiesto di uscire la settimana prima era effettivamente venuto a cercarmi e io non avevo cuore di dirgli ciao e addio allo stesso tempo e ballai quindi con gli occhi bassi e socchiusi per tutti i sei meravigliosi minuti di quell’ultima canzone, uscendomene poi senza neanche guardarlo e sentendomi cretina perché era bello e carino e simpatico e tutto ma io me ne stavo per andare e quindi che senso aveva. (C’era anche stato un momento in cui Vincent mi aveva chiesto di chi era la canzone che stavano suonando e io lo avevo schiaffeggiato urlando “Pavement!” o quando lui si era messo a saltellare quando avevano messo Jonathan Richman o altri mille momenti bellissimi)

A volte a Berlino ci sono susseguirsi infiniti di giorni fantastici. Tipo, questa lunga fila di giorni fantastici quando era cominciata? Quando io e Anni avevamo deciso di passare insieme il pomeriggio e faceva caldo ed eravamo fuggite al laghetto? Quando io e Rachel ci siamo viste gli Aloa Input lungo la Sprea? Quando io e Lorina siamo andati a prenderci una torta in quel posto polacco-italiano tra Weserstrasse e il canale? (In assoluto il posto più Gilmore Girls di tutta Berlino) O quando c’era stato il Torstrassenfestival e Mitte per una sera era come doveva essere vent’anni fa? Potrei andare indietro e indietro e indietro e probabilmente il susseguirsi infinito di giorni fantastici comincerebbe il giorno che mi sono trasferita lì.

Io non riesco ad immaginarmi di vivere a Berlino per sempre perché è troppo bello per essere reale.

Quando abitavo a Bologna succedevano poche cose e io facevo cose stupide per far accadere le cose. A Berlino le cose accadono da sole. Io però non sono abituata a tutto questo. Nel posto da dove vengo le cose sono sempre praticamente ferme. Così a volte devo andarmene da Berlino, tornare indietro, andarmene da qualche altra parte. Ed è per questo e per altri motivi di diverse grandezze che il 16 settembre me ne sono tornata a casa senza biglietto di ritorno.

(nelle foto ci sono io in mezzo a Tempelhof, il mio aeroporto vuoto preferito)

17. settembre 2014 by verdeanita
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Resteremo tutti qui

“Il breve attimo in cui tutto è possibile. Quello è l’attimo dell’amore. Come rimpiango di non poter afferrare quell’attimo in cui tutto è possibile, e fermarmi lì.”
- Per Olov Enquist, “Il libro di Blanche e Marie”


Non sapevo che quel locale con le vetrate enormi vicino a Boddinstraße fosse Villa Neukölln. Comunque è lì che ci troviamo, seduti su un divano enorme, a raccontarci episodi significativi delle nostre vite.
“Avevamo cominciato a chattare e poi eravamo diventati amici su MySpace e poi su Skype e poi… credo di aver attraversato sette anni di evoluzione dei social network, chiedendole l’amicizia. E non l’avevo mai vista. E poi lei ad un certo punto mi ha detto: – Ehi, vengo in Europa!- e io ho detto: – Ok, andiamo in tour insieme! – e quando sono andato a prenderla in aeroporto credo di non essere mai stato così nervoso in vita mia. E poi i primi giorni sono stati strani e i giorni successivi… bè, lo sono stati ancora di più. E non importa quante canzoni avessi scritto per lei e quanto avessi fantasticato sul momento in cui saremmo finalmente stati insieme… alla fine è andato tutto male e non so spiegarmelo.”

Venerdì, anche se in realtà era già sabato mattina, passeggiamo fino a Rosenthaler Platz. Lo guido io perché lui non conosce le vie, anche se io l’avevo avvisato che in quella zona di Berlino mi perdo sempre, anche dopo quattro anni, ed è un po’ imbarazzante come cosa.
“Credo che capisci di essere a Berlino da un tempo considerevole quando, uscendo dalla metro a Rosenthaler Platz azzecchi l’uscita più vicina al posto dove devi andare.”
“Noi dobbiamo andare là, vero?”
“Sì, infatti l’uscita per il Kim Bar è la più semplice perché basta seguire le indicazioni per Brunnenstrasse e il Kim Bar è proprio di fianco.”
Al Kim Bar non ci mettevo piede da mesi e comunque riconosco metà degli avventori. La cosa che mi mette tristezza, però, è vedere le impalcature sulla facciata del civico 183. Hanno cominciato i lavori e la gigantesca scritta che tanto mi piaceva non si legge più.
Ci passavo davanti spesso, quando avevo tempo e passavo le domeniche a passeggiare per Berlino facendo foto con la mia Canon.

Quando passeggiavo per Berlino facendo foto con la mia Canon ascoltavo gli Electric President e la mia canzone preferita parlava di dieci migliaia di linee. Sono quelle che ti partono dalla pancia quando fai progetti bellissimi perché hai voglia di farli, perché sai che sono realizzabili o almeno quello è quello che la pancia ti dice.

Un altro giorno torno anche a Wedding, dopo mesi. Era un posto dove andavo quando la mia vita era diversa, perché a Berlino le cose cambiano sempre velocemente.
Io e la mia amica siamo in un bar e ci raccontiamo gli ultimi mesi, perché ci vediamo solo saltuariamente e c’è sempre tanto da raccontare.
“…e poi mi ha detto che si è innamorato di una ragazza francese.”
“E ci pensi ancora?”
“Ma sì, un pochino ci penso. Ma sono solo invidiosa, non sono gelosa, perché se c’è una cosa che ho imparato l’anno scorso è che siamo tutti ugualmente fantastici e quindi di sicuro lei non è meglio di me. E neanche peggio di me. Probabilmente è fantastica, come me!”
Alla fine io le dico che sono contenta che le cose, tutte le cose, siano andate come sono andate. Che tutto sommato non importa che sia finita, con lui, perché quando stavamo insieme stavamo insieme sul serio.

Che non importa tanto se le cose alla fine non vanno come le si era programmate all’inizio, se l’incontro che si era aspettato per tanto tempo non va come previsto, se il giorno della festa sul prato piove, se il regalo che hai comprato si rompe, se la casa che avresti voluto occupare per sempre viene sgomberata, se Berlino cambia. La cosa più bella è la sensazione di possibilità che si prova.

A volte penso che la nostra storia sia rimasta là, dentro quel supermercato. Eravamo andati a fare la spesa per smettere di pensare a quello a cui stavamo pensando, e poi ad un certo punto ero tornata ad essere triste e mi ero fermata, mentre camminavamo tra i reparti tenendoci per mano e gli avevo detto: “Ma non avremo mai tempo per fare tutto quello che volevamo fare!”
Che è un po’ quello che provavo quando passavo per Brunnenstraße e leggevo quelle scritte enormi che dicevano “Resteremo tutti qui!” e invece non è rimasto nessuno.

22. agosto 2014 by verdeanita
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Fotografie anitose

Ho cominciato a postare su Tumblr tutte le foto dall’estate scorsa fino a dove arrivo. Ho appena cominciato a postare quelle del mio viaggio fino a Belgrado di cui non ho mai fatto in tempo a parlare.

08. luglio 2014 by verdeanita
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Il comunicato stampa che non scriverò mai


Belgrado vista dal Bigz

- Come descriveresti i Repetitor?
- Una fantastica live band.
- E basta?

Io e Sash stiamo bevendo una birra e un tè (io la birra, lui il tè), in un bar di Friedrichshain. Io sono nervosissima perché tra 60 minuti incontrerò un “tizio che mi piace” (sì, diciamolo così, come se fossi alle medie) e quindi parlo a raffica, ma questa domanda un po’ mi blocca. Stiamo organizzando insieme il loro concerto di Berlino del 20 maggio e ci siamo incontrati per discutere un po’ di cose e capire dove sono i poster che ci hanno mandato da Ljubljana tramite una tizia che ancora non si è fatta sentire.
Una delle mille cose da fare sulla mia to-do-list mentale è scrivere i comunicati stampa da mandare ai blog e ad ostacolarmi, oltre alla mancanza di tempo, è il fatto che per spiegare questa cosa di certo non mi bastano poche righe. Potrei scriverci un libro su questa cosa.
Il giorno che me ne andai da Belgrado mi regalarono, per motivi lunghi da raccontare, tre chili di pere e dissero di me che quando non ero in ufficio andavo in giro a fotografare edifici enormi e che ero diventata amica di un sacco di musicisti. Ho già parlato di me che andavo in giro a fotografare edifici enormi, quindi questa è la storia di me che divento amica di un sacco di musicisti. O una parte di questa storia.

Mentre io e Sash beviamo la nostra birra e il nostro tè, i minuti che mi separano dall’incontro che mi rende tanto nervosa stanno diminuendo. Sono anche i minuti che mi separano dal concerto di un gruppo tedesco che fa cover di Adriano Celentano e di altre vecchie canzoni italiane anni ’50. Sì. Suonano tutti i mesi all’Antje Öklesund e io ci vado quasi sempre. E tutte le volte io e un pubblico composto per metà da italiani nostalgici e per metà da tedeschi esaltati ci divertiamo da matti, nonostante loro non capiscano una parola e io mi ritrovi incredula a urlare “Se telefonando” a squarciagola.
Cosa c’entra una cover band tedesca con un gruppo punk serbo? Bè, per me un po’ c’entra.

C’entra il fatto che essendo nata e cresciuta in Italia, per me c’era sempre stata una divisione tra “la musica italiana” e “la musica cantata in inglese”. La prima era quella che ascoltavano i miei genitori, la seconda quella che avevo scoperto da sola e che mi faceva sognare e immaginare altre cose. Poi “la musica cantata in inglese” divenne anche la musica che suonavano i miei amici, prima facendo cover, poi scrivendo le loro canzoni. E a me è sempre parsa una musica di serie b, una copia, l’imitazione di qualcos’altro. Cantare in inglese, anche se ognuno dava la sua motivazione, per me era sempre un tentativo per cercare di assomigliare a qualcosa di più bello, ma diverso da noi. D’altra parte, pensavo, cantando in italiano non si hanno speranze all’estero, perché tanto la gente non capirebbe niente. E infatti io quando mai mi sono messa ad ascoltare musica francese o tedesca?


Gagi dei Kriške, una sera al Bigz

Due anni fa circa camminavo incuriosita per i corridoi del Bigz, a Belgrado e, sentendo qualcosa di veramente bello provenire da una delle sale prove, chiesi il nome del gruppo che stava suonando e venni invitata a sedermi su un divano dentro la stanza e ad assistere. Quello che suonavano mi piaceva tantissimo, assomigliava a gruppi che adoravo ma era anche diverso, non capivo una parola dei loro testi e dietro la loro musica c’era energia vera. Probabilmente anche in questo caso un tentativo di imitazione era presente, ma era molto più rabbioso e disperato, convinti com’erano (a torto)  che quello che stavano facendo mai sarebbe stato lontanamente vicino a quello che avevano fatto i gruppi che loro stessi ammiravano. Era qualcosa di talmente potente che mi trasmetteva sensazioni completamente nuove, e devastanti. Che differenza faceva capire o meno quello che dicevano? In fondo, quando avevo cominciato ad ascoltare la “mia” musica, capivo perfettamente quello che i gruppi cantavano? Non era per me molto più importante il modo in cui lo facevano, l’immaginario che ricreavano nella mia testa?
Ero seduta su un divano in questa enorme sala prove all’interno di un palazzo altrettanto enorme. Fino a quel momento le sale prove me le ero sempre immaginate in cantine e garage sottoterra. Da lì invece, in una stanza con vetrate grandissime al settimo piano, potevo vedere tutte le luci di quella città stranissima. Mi parve tutto capovolto, tutto il contrario di quello che avevo sempre pensato.


Milena dei Repetitor, una sera al Bigz

Non erano i Repetitor, il gruppo di quella volta, ma poco importa. Loro li vidi la prima volta a Subotica, il marzo seguente, durante il mio primo viaggio in Serbia dopo averci vissuto per un po’. Ero con Ana, che qualche mese prima mi aveva chiesto aiuto per un progetto fotografico al quale voleva lavorare. Aveva chiesto che le consigliassi qualche locale di Belgrado, o qualche gruppo che avevo conosciuto. A me. Aveva chiesto a me qualche dritta sulla sua città natale.
Ci trovammo insieme in Serbia, visto che i nostri viaggi si sovrapponevano di qualche giorno, e decidemmo di andare a passare il sabato sera in questa città bellissima e triste a quattro ore di pullman da Belgrado. Il locale era pienissimo ma, mi dicevo, credo sia normale in una città così piccola che non avrà altri eventi per il resto della settimana.
La seconda volta che vidi i Repetitor dal vivo fu lo scorso ottobre, questa volta a Zagabria, dove mi trovavo da sola durante l’Interrail che mi ero regalata prima di entrare nella metà sbagliata dei vent’anni. Suonavano con i Japanther e avevo pure convinto un tizio francese conosciuto in ostello a venire con me. Arrivata al locale mi misi a chiacchierare con loro e scoprii che non erano, come avevo pensato, il gruppo spalla, bensì quello principale. Nella mia ormai lunga carriera di organizzatrice di concerti (sì, se cominci a 18 anni, poi a 26 ti ritrovi già con una “lunga carriera”) è sempre stata una normale regola di cortesia e buon senso, chiamare un gruppo locale ad aprire al gruppo foresto. Era pur vero che in questo caso di gruppi locali non ce n’erano, ma era comunque una scelta che mi parve buffa. Fino a quando non mi ritrovai in mezzo ad un pogo devastante in mezzo a un migliaio di coetanei esaltatissimi per quello che, capii finalmente, era un gruppo importantissimo per loro. Mi ritrovai a cantare parole di cui sapevo benissimo il suono ma non il significato, a mischiarmi ad un pubblico che amava il gruppo quanto me, anche se in modo diverso.


Japanther a Zagabria, purtroppo l’ultimo fotogramma sul rullino (e quello nuovo era rimasto in ostello)

È un po’ questo che sono i Repetitor, o i gruppi di Belgrado che ho conosciuto, per me. È stato un nuovo modo di vivere cose che devo per scontate. È stato trovare “una scena” che pensavo fosse esistita solo dall’altra parte dell’oceano un paio di decenni fa. Non è una cosa che posso riassumere in un comunicato stampa.

I Repetitor andranno in tour in Europa la settimana prossima e se avessi guardato il loro tour plan un paio di anni fa probabilmente mi sarei meravigliata nel vederli suonare a Verona. Ma in questo caso so che c’è il mio zampino e la cosa ha perfettamente senso. Inoltre, ad accompagnare entrambi i concerti in cui il mio Lou Fai Booking è coinvolto, ci sarà la mostra di Ana Blagojevic che ho visto mano a mano prender forma. E sono molto contenta di tutto questo.

10.05 Interzona (Verona)
20.05 West Germany (Berlin)

04. maggio 2014 by verdeanita
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19. marzo 2014 by verdeanita
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Su Soft Revolution

Dopo un silenzio troppo lungo, a febbraio sono usciti ben due miei articoli su Soft Revolution.

- Mappare i nostri percorsi quotidiani emulando gli artisti di Plan B parla di un progetto artistico particolarmente anitoso.
- 10 cose che ho imparato dall’inverno scorso parla dello scorso, traumatico, inverno berlinese.

Trovate tutti i miei articoli su Soft Revolution qui.

Buona lettura!

 

01. marzo 2014 by verdeanita
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Instagrammi di gennaio

(Sì, mi sono presa uno smartphone e mi piace usarlo. E su Instagram sono qui.)

1. La Berlinische Galerie, dove ero andata pensando di passarci un paio di ore e da dove uscii molto più tardi dicendo al mio accompagnatore che da quel momento io e lui ci saremmo dedicati solo ad attività delimitate nel tempo, perché lui nei musei è troppo lento.

2. Aula vuota prima del mio corso su Hannah Arendt. Questo corso si svolge il giovedì dalle 18 alle 20 e considerato che l’altra mia lezione quel giorno comincia alle 10, il giovedì per tutto il semestre è stato “il giorno della produttività”, passato prevalentemente in biblioteca a mandare mail.

3. Il mio amico Momo si è trasferito a Berlino e il giorno che ha inaugurato il suo appartamento (che poi non è suo ma del Principato del Lichtenstein) ci ha invitati a casa sua e abbiamo passato la sera a bere vino, ascoltare dischi dei Pavement (e di Celentano) e a ballare nel suo immenso soggiorno. #quality

4. La neve, quella vera.

5. Il soffitto dello Schokoladen, quella sera che suonavano Momo e William e io avevo invitato Lorina, e lei aveva invitato Till, che io non vedevo da un anno e mezzo e che all’inizio non avevo riconosciuto, e lui aveva invitato Tobi. Così io e lui siamo rimasti fino alle tre sul divanetto a parlare di quanto ci fossimo amati e di quanto fosse stato bello stare insieme. E poi io ho aspettato da sola che il Dj finisse di suonare e sono tornata a casa con l’N8.

6. La domenica che ho fatto la pizza e mio fratello mi ha chiamata dall’Australia per dirmi cosa stavo sbagliando.

7. Un martedì che sono andata a far stampare 1000 flyers per i concerti di His Clancyness e Be Forest e poi sono andata a fare colazione in un bar che frequentavo nel 2010 e ci sono rimasta a studiare per ore, con De Andrè in sottofondo (chissà perché).

8. Promo pronti a partire.

9.  E infine: ghiaccio sul fiume, il giorno che sono andata a licenziarmi.

E questo è stato gennaio! A febbraio abbiamo già un nuovo lavoro, un concerto fighissimo (His Clancyness al Monarch) e una Bewerbung da scrivere per una cosa ad Amsterdam! Bum!

02. febbraio 2014 by verdeanita
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